lunedì 5 marzo 2018

Massimo Fini - Il Personaggio Catilina


Lucio Sergio Catilina era Nato a Roma nel 108 a.C dal senatore Lucio Sergio Silo e da Belliena che ebbero altri due figli, un maschio ed una femmina. Apparteneva alla gens Sergia, una delle cento familiae che, secondo la leggenda, avevano fondato Roma. I Sergi, come facevano spesso le familiae romane di piu’ alto lignaggio che amavano fabbricarsi alberi genealogici fantastici, pretendevano di discendere da Sergesto, il mitico compagno di Enea. Per quanto illustre e antica la gens Sergia non aveva pero’ dato grandi personaggi, almeno nei tempi recenti. L’ultimo Sergio di una qualche notorieta’ risaliva a piu’ di un secolo prima: era il pretore Marco Sergio che si era distinto nella seconda guerra punica, era stato fatto prigioniero due volte da Annibale, due volte gli era sfuggito e aveva collezionato ventitre’ ferite in battaglia. Poi piu’ nulla. Quella Sergia era una stirpe che si stava lentamente estinguendo.
Non sappiamo da dove venisse il cognomem Catilina che e’ unico nella storia di Roma. Quasi certamente era un soprannome e alludeva alla sua straordinaria resistenza fisica. Ne e’ conferma un’epigrafe dell’89 in cui si parla di un L. Sergius, L fil e basta. Catilina e’ ancora di li’ a venire.
Dell’infanzia e dell’adolescenza di Catilina non sappiamo nulla. Quando appare sulla scena, a diciannove anni, e’ un giovane alto, asciutto ed atletico. Il volto e’ pallido e un po’ fosco; i capelli che porta corti secondo l’usanza degli aristocratici romani, sono scuri come gli occhi, ora alteri ora seducenti ma piu’ spesso infiammati da una qualche passione. Ha fascino sulle donne e ascendente sui coetanei e conservera’ sempre una grande presa sui giovani che infatti accorreranno in massa nel suo movimento. Che fosse un uomo fuori dal comune lo ammette, sia pure a qualche anno dalla sua morte, lo stesso Cicerone che scrive:  "Non credo che sia esistito mai al mondo un individuo piu’ singolare che riunisse in se’ doti diverse e contraddittorie e opposti inclinazioni e desideri". E piu’ avanti ne abbozza questo ritratto:  "Era avvincente, eloquente, duttile, si trovava a suo agio in qualsiasi ambiente e situazione, gli piaceva mischiarsi ad ogni sorta di persone, era avido di esperienza anche, e forse soprattutto, quelle limite. Ma cio’ che colpiva in Catilina erano una spavalderia, un’audacia, un coraggio spinti fino alla temerarieta’, di cui diede prova per tutta la vita, in guerra ed in pace.
Giovanissimo aveva sedotto piu’ di una nobile vergine sfidando le ire delle loro potenti familiae e la morale della buona societa’ romana. Nel 73 venne accusato da Publio Clodio di aver violato una vestale, sacrilegio e reato gravissimi per i quali la donna veniva sepolta viva ed il seduttore ucciso a nerbate. La Vestale si chiamava Fabia, era sorella di Terenzia la prima moglie di Cicerone poi sposa, in terze nozze, di Sallustio. Catilina venne trovato in atteggiamento sospetto presso la cella di Fabia. Processato fu assolto, ma il dubbio rimase ed e’ quindi comprensibile che Cicerone e Sallustio, al di la’ delle ragioni politiche, avesse il dente avvelenato con lui.
In realta’ Catilina dopo le seconde nozze con la bellissima, ricca ed appassionata Aurelia Orestilla (era rimasto vedovo della prima moglie, Gratidia, da cui aveva avuto l’unico figlio) aveva messo la testa a posto, almeno sentimentalmente, perche’ amava teneramente quella donna. Cicerone e Sallustio arrivarono alla suprema carogneria di accusarlo, sia pur in modo allusivo, con l’arte del dire e non dire, di aver ucciso il figlio proprio per poter sposare Orestilla che non voleva avere per casa quel ragazzo ormai adolescente. E’ un’accusa assurda adombrata al solo scopo di mettere in luce ancora piu’ sinistra l’avversario. Nessun processo fu mai intentato per un delitto cosi’ orrendo, che sarebbe avvenuto in anni in cui Catilina, morto da tempo Silla, il suo antico comandante, non godeva di alcuna protezione. E non fu inquisita nemmeno Orestilla, anche dopo le pubbliche insinuazioni di Cicerone e quando, ucciso il marito, era una vedova indifesa. Inoltre Catilina, in una lettera scritta prima di andare a morire in battaglia all’amico Quinto Catulo, gli raccomanda la moglie pregandolo di proteggerla dalle prevedibili vessazioni "In nome dei tuoi figli". Catulo, ex censore ed princeps del Senato, era un uomo di indiscussa integrita’ morale e ovviamente Catilina non avrebbe potuto rivolgersi a lui, tantomeno in quei termini, se fosse stato conosciuto come parricida. La verita’ che emerge da questa vicenda e’ forse piu’ spregevole dello stesso delitto accollato a Catilina: Cicerone strumentalizzo una tragedia familiare, la morte della moglie e dell’unico figlio, per infangare il ribelle.

Dal libro "Catilina" - Massimo Fini - 1996

La Guerra Civile


Nell’89, a diciannove anni, Catilina si arruola, probabilmente come tribunus legionis, nelle milizie del console Pompeo Strabone che combatte gli ex alleati italici in lotta per ottenere la cittadinanza romana. Ha come compagno d’armi il figlio di Strabone, il futuro Pompeo Magno, che ha due anni meno di lui. Nell’88 passa agli ordini di Silla, console quell’anno, che sta partendo per l’asia per muovere guerra a Mitridate, re del Ponto.
Ma quando Silla ha gia’ raggiunto le sue truppe, a Roma il tribuno della plebe Sulpicio Rufo fa votare una legge che gli toglie il comando della spedizione, per affidarlo a Mario che, pur onesto di gloria per le vittorie sui Cimbri ed i Teutoni, in quel momento era un privato cittadino. Fu la scintilla della guerra civile che covava da tempo. Silla infatti era o si considerava, il campione degli aristocratici (optimales), Mario invece era il leader del partito democratico (populares), nato una settantina di anni prima dalle ceneri dei Gracchi, che difendeva, in teoria, gli interessi della plebe. Ma in quella lotta c’era ben poco di ideologico e ancor meno di sociale, era lo scontro tra due grandi personalita’.
Silla, al quale si era unito anche l’altro console, Pompeo Rufo, marcio’ immediatamente sula capitale e la prese con la forza. Poi fece approvare dal senato un senatus consultum ultimum che dichiarava i suoi avversari hostes, nemici della patria. Sulpicio Rufo fu ucciso, Mario dovette fuggire da Roma. Solo allora Silla parti’ per l’Asia e Catilina ando con lui.
Lucullo, Catilina, Dolabella, Ibrida, costituivano la pattuglia di mischia di cui Silla si serviva per le missioni piu’ difficile e pericolose. Fu in questo periodo che il giovane Lucio Sergio diede prova di quella resistenza alla fatica, di quella capacita’ di soffrire “spinta fino all’inverosimile” che divenne leggendaria a Roma e gli valse il soprannome di Catilina.
La prima guerra mitridatica duro’ cinque lunghi anni e si concluse con una pace incerta perche’ Sillaaveva fretta di rientrare in Italia per regolare i conti con i nemici interni. A Roma infatti, dopo la sua partenza, Mario ed il console Cornelio Cinna, suo seguace, si erano abbandonati con inaudita violenza alle piu’ feroci e spietate vendette sui sillani, trucidandoli a centinaia (fine 87). Morto Mario nell’86, Cinna, eletto ripetutamente console, governo’ Roma da padrone assoluto.
Alla notizia, per loro terrorizzante, del ritorno di Silla, i mariani cercarono di bloccarli sul mare, ma ci riuscirono solo per qualche mese. Nella primavera dell’83 Silla sbarco’ a Brindisi con un esercito di cinque legioni composte da ufficiali e soldati a lui fedelissimi. A Brindisi giunsero a rafforzare l’esercito di Silla Marco Crasso dall’Africa, Metello Pio dalla Liguria e Gneo Pompeo con una milizia personale reclutata nei suoi immensi possedimenti del Piceno. Erano presenti due dei tre futuri triumviri. Silla impiego’ piu’ di un anno per arrivare a Roma ma la sua avanzata non conobbe sconfitte.
La battaglia decisiva si svolse nell’ottobre dell’82 sotto le mura di Roma, a Porta Collina. E qui furono determinanti Crasso e Catilina che Silla aveva schierato sull’ala destra del suo esercito riservandosi il comando della sinistra. Silla fu schiacciato sulle mura dai mariani, che erano stati rinforzati dai reparti dei sanniti, guerrieri famosi e stava per soccombere quando Crasso e Catilina sfondarono sulla destra inseguendo i nemici per chilometri fino ad Antemnae. Silla pote’ cosi’ disimpegnarsi ed un’ora dopo il tramonto era in grado di tornare all’attacco. La battaglia duro’ tutta la notte, feroce, spietata. L’esercito dei mariani venne completamente distrutto ed i morti furono decine di migliaia. Tremila superstiti, fra cui i generali Damasippo, Carina e Ponzio, fatti prigionieri, furono portati per ordine di Silla al Campo Marzo e qui massacrati.
Con la lex Valeria il Senato, totalmente succube, nomino’ Silla dittatore a tempo determinato, in aperta violazione della costituzione repubblicana la quale prevedeva che questa magistratura straordinaria non potesse durare piu’ di sei mesi. E per la priva volta nella storia di Roma furono compilate delle liste di prescrizione, cioe’ liste di avversari politici da eliminare. Per la verita’ i sillani non facevano altro che rendere la pariglia ai mariani per quanto avevano subito nell’87. E anche il comando a tempo indeterminato non era proprio una novita’ perche’ Mario aveva tenuto il consolato per sette volte, di cui cinque consecutive, e Cinna per quattro, mentre il mandato dei consoli era annuale e non rinnovabile se non per dieci anni. Ma insomma liste di proscrizione emanate col bando e affisse al Foro non se ne erano ancora viste a Roma. In passato, fra i romani, ci si era ammazzati e scannati a volonta’ ma senza dare la caccia all’uomo una veste ufficiale e quasi scientifica.
Furono organizzate delle squadre punitive agli ordini degli ufficiali di Silla. Fra questi c’erano Crasso e Catilina che comandava una squadra di guerrieri celti. Vennero uccisi 90 senatori, 15 consolari e 2600 cavalieri. Una carneficina che valse a Catilina una cattiva fama che, abilmente strumentalizzata dai suoi avversari, si sarebbe portato dietro tutta la vita ed oltre. La stessa fama pero’ non perseguito’ altri protagonisti di quelle convulse giornate, come Crasso che sali’ tranquillamente alle piu’ alte cariche della Repubblica fino al trimvirato con Cesare e Pompeo il quale, a sua volta, nella guerra civile era stato fortemente coinvolto anche se non risulta che abbia partecipato direttamente alle proscrizioni. Crasso, gia’ ricco di suo, incremento’ ulteriormente il proprio patrimonio incamerando, tramite confisca, i beni dei proscritti. Del resto quasi tutti i seguaci di Silla, quelli almeno con un certo peso, si arricchirono in questo modo. Catilina, a quanto se ne sa, no.


Dal libro "Catilina" - Massimo Fini - 1996
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