martedì 11 settembre 2012

Fotografia: HENRI CARTIER BRESSON




Maggiore di cinque figli, suo padre e’ un ricco industriale tessile, mentre i genitori di sua madre sono commercianti di cotone e proprietari terrieri della Normandia, luogo dove trascorre parte della sua infanzia. La famiglia Cartier-Bresson vive in un quartiere borghese di Parigi e gli fornisce il sostegno finanziario per sviluppare il suo interesse per la fotografia.

Da giovane Cartier-Bresson studia presso una scuola cattolica di Parigi, ma dopo infruttuosi tentativi di imparare la musica, lo zio Luigi, pittore, lo avvicina alla pittura ad olio. Nel 1927 all'età di 19 anni, entra in una scuola privata d'arte, lo studio parigino del pittore e scultore cubista André Lhote. Lhote porta i suoi allievi al Louvre per studiare gli artisti classici e alle Gallerie Parigine per studiare l'arte contemporanea. L’interesse di Cartier-Bresson per l'arte moderna si combina con l'ammirazione per le opere del Rinascimento. Mentre studia pittura legge Dostoevskij, Schopenhauer, Rimbaud, Nietzsche, Mallarmé, Freud, Proust, Joyce, Hegel, Engels e Marx. Anche se poco a poco Cartier-Bresson comincia a sentirsi a disagio per la rigorosa formazione teorica dell’arte del suo maestro, ammettera’ in seguito che questa l’avrebbe poi aiutato ad affrontare e risolvere i problemi della composizione nella fotografia. Cartier-Bresson si riferira’ a Lhote come il suo maestro di fotografia senza macchina fotografica.

Durante gli studi presso lo studio Lhote, Cartier-Bresson inizia a socializzare con i surrealisti del Café Cyrano, in Place Blanche. Incontra una serie di protagonisti del movimento, e si appassiona particolarmente al movimento surrealista per il rapporto che sviluppano tra subconscio e immediatezza dell’ opera, maturando artisticamente in questo tempestoso ambiente culturale e politico. Conosce concetti e teorie del Surrealismo, ma non trova il modo di esprimerli nei suoi dipinti in maniera personale. E’ molto frustrato per le prime opere che produce e distrugge la maggior parte dei suoi primi lavori.

Dal 1928 al 1929, Cartier-Bresson studia arte e letteratura inglese all’Universita’ di Cambridge e diviene bilingue. Nel 1931, dopo un anno di servizio militare obbligatorio, Cartier-Bresson cerca l’avventura in Costa d'Avorio, colonia francese in Africa dove compra la prima macchina fotografica. Tornato a Marsiglia nel 1931, recupera e approfondisce il suo rapporto con i surrealisti. Viene ispirato da una fotografia del 1930 del fotografo ungherese Martin Munkácsi, con tre giovani ragazzi africani nudi, presi in quasi silhouette, intitolata “Tre ragazzi al Lago Tanganica”. Vede immortalata cosi’la libertà, la grazia e la spontaneità dei loro gesti e la loro gioia di vivere.

La foto lo induce a smettere di dipingere e a prendere la fotografia sul serio. Spiega, "ho improvvisamente capito che una fotografia può fissare l'eternità in un istante." Acquista una macchina fotografica Leica con obiettivo di 50 mm, che lo accompagnera’ per molti anni. In seguito descrivera’ la sua Leica come il prolungamento del suo occhio. L'anonimato che la piccola macchina fotografica gli dava in mezzo alla folla o di fronte ad un momento intimo era essenziale per superare il comportamento formale e innaturale di coloro che sono consapevoli di essere fotografati. Aumenta l’anonimato dalla sua Leica pitturando con vernice nera tutte le parti lucide.

Nel 1934 Cartier-Bresson incontra un giovane intellettuale polacco, un fotografo di nome David Szymin, detto "Chim" perché il suo nome era difficile da pronunciare. Szymin in seguito cambiera’ il suo nome in David Seymour. I due hanno molto in comune culturalmente ed attraverso Chim, Cartier-Bresson incontra un fotografo ungherese di nome Endre Friedmann, che più tardi cambiera’ il suo nome in Robert Capa. I tre cominciano a condividere uno studio nel 1930 e Capa spinge Cartier-Bresson a lasciare l'etichetta del fotografo surrealista e diventare un fotoreporter.

Cartier-Bresson si reca negli Stati Uniti nel 1935 con l'invito ad esporre i suoi lavori a New York alla Julien Levy Gallery e Carmel Snow di Harper's Bazaar, gli da’ un incarico di moda. Quando torna in Francia, Cartier-Bresson lavora per il regista francese Jean Renoir come secondo assistente in un suo film. Renoir fa capire a Cartier-Bresson come muoversi per capire come ci si sente ad essere dall'altra parte della telecamera. Cartier-Bresson aiuta Renoir a fare un film per il partito comunista sulle 200 famiglie, inclusa la propria, che dirigono la Francia mentre durante la Guerra civile spagnola, Cartier-Bresson co-dirige un film anti-fascista, con Herbert Kline.
La prima foto giornalistica di Cartier-Bresson ad essere pubblicata arriva nel 1937 quando si occupa del'incoronazione di George VI per il settimanale francese “Regards”. Incentra la sua attenzione sulla folla adorante per le strade di Londra e non ritrae per niente il re.

Nel 1937 Cartier-Bresson sposa una ballerina di nome Ratna Mohini. Vivono in piccolo appartamento al quarto piano di “Rue Danielle Casanova”, dove sviluppa da solo i film delle sue foto. Tra il 1937 e il 1939  lavora come fotografo per il giornale comunista francese, “Ce Soir”. Si arruola nell'esercito francese come caporale nell’unità Fotogiornalistica quando scoppia la Seconda Guerra Mondiale nel settembre del 1939. Durante la Battaglia di Francia, Nel giugno del 1940 viene catturato dai soldati tedeschi e trascorre 35 mesi come prigioniero di guerra nei campi di lavoro forzato sotto i Nazisti. Tenta due volte senza successo a fuggire dal campo di prigionia, e viene punito con la detenzione in isolamento. Il suo terzo tentativo di fuga ha successo e si nasconde in una fattoria prima di ottenere i documenti falsi che gli permetteranno di viaggiare in Francia. Alla fine della guerra gli viene chiesto dall'Ufficio dell ‘informazione di guerra americano di fare un documentario, Le Retour (Il ritorno) per documentare il ritorno dei prigionieri francesi e degli sfollati.

Nella primavera del 1947, Cartier-Bresson, con Robert Capa, David Seymour e George Rodger fondano la Magnum Photos. Da un'idea di Capa, Magnum Photos e’ un’agenzia fotografica di proprieta’ dei suoi membri che si spartiscono I progetti fotografici assegnati. Rodger, che aveva lasciato “Life” a Londra dopo essersi occupato della seconda guerra mondiale, si occupa ora di Africa e Medio Oriente. Chim, che parla la maggior parte delle lingue europee, lavora in Europa. Cartier-Bresson ha assegnate India e Cina. Vandivert, lasciata anche lui “Life”, lavora in America e Capa lavora ovunque ci sia un nuovo incarico. La Fotografia porta Cartier-Bresson in molti luoghi del globo, Cina, Messico, Canada, Stati Uniti, India, Giappone, Unione Sovietica e molti altri paesi. E’ il primo fotografo occidentale a poter fotografare "liberamente" nell’Unione Sovietica del dopoguerra.

Nel 1968 inizia ad allontanarsi dalla fotografia e torna alla sua passione per il disegno e la pittura. Si ritira dalla Magnum (che ancora distribuisce le sue foto) nel 1966 per concentrarsi su ritratti e paesaggi. Nel 1967 divorzia dalla prima moglie e sposa nel 1970 la fotografa Martine Franck, di trent'anni più giovane di lui. La coppia ha una figlia, Melanie, nel maggio 1972. Cartier-Bresson si ritira dalla fotografia nel 1970 e non fa foto se non ritratti di privati; tiene la sua macchina fotografica in cassaforte e raramente la prende. Muore in Francia il 3 agosto 2004, all’eta’ di 95 anni.
Cartier-Bresson passa più di tre decenni, a documentare alcuni dei grandi sconvolgimenti del 20 ° secolo: la guerra civile spagnola, la liberazione di Parigi nel 1944, la rivolta studentesca a Parigi del 1968, la caduta del Kuomintang in Cina per i comunisti, l'assassinio di Gandhi, il muro di Berlino e i deserti d'Egitto. Lungo la strada si e’ fermato a fotografare Camus, Picasso, Colette, Matisse, Pound e Giacometti, ma molte delle sue fotografie più famose sono di ordinaria vita quotidiana, momenti apparentemente insignificanti. Cartier-Bresson odiava essere fotografato ed era molto gelosa della sua privacy. Esistono sue fotografie, ma sono molto scarse. Quando ha accettato la laurea honoris causa dalla Oxford University nel 1975, ha tenuto un giornale davanti al viso per evitare di essere fotografato.



INTERVISTA
L'AMOUR TOUT COURT

















LIBRO
PRIMI LAVORI







LIBRO
A PROPOSITO DI PARIGI









LOUISE BROOKS: ICONA DEL CINEMA MUTO




Nel 1950, alla mostra del Cinema di Parigi, il famoso storico del cinema Henri Langlois, curatore della mostra, proclamava senza mezzi termini: "Non esiste Garbo ne' Dietrich, esiste solo Louise Brooks!". Fu l'inizio della riscoperta e riabilitazione dell'attrice che durera' fino ad oggi. 

L’intera vita di Louise Brooks fu attraversata da un senso spiccato per la verità, la libertà e la sessualità senza permessi di “buona condotta”. La sua straordinaria e conturbante bellezza che ne fecero subito il prototipo della donna seduttrice e l’incarnazione del sesso irruppero nel perbenismo di quegli anni. Divenne l’oggetto del desiderio, maschile e femminile, di intere generazioni.

Mary Louise Brooks nacque a Cherryvale, nel Kansas, il 14 Novembre 1906. Il padre, Leonard Porter Brooks, era un onesto avvocato di provincia mentre la madre, Myra Rude, donna colta ed insegnante di piano, ebbe una grande influenza sul carattere e formazione di Louise spingendola sin da giovanissima, alla musica, alla lettura e alla danza.

Debutto' a soli 15 anni come ballerina di fila nello spettacolo “George White’s Scandals” e l’anno successivo nelle “Ziegfeld Folies”. Nel 1925 apparve nel film “Street of forgotten men”, quindi in “The american Venus” ed in “A social celebrity” nel 1926. Quindi gira nel 1928, sempre negli Stati Uniti, "A Girl In Every Port" e "Beggars Of Life" . Georg Wilhelm Pabst in Germania la preferi' a Marlene Dietrich per “Il Vaso di Pandora” nel 1928, ma la sua carica di erotismo sullo schermo si accentuo' ancora di più in “Diario di una Donna Perduta”, sempre di Pabst, film del 1929 che criticava duramente l’ipocrisia dei valori borghesi di allora.

Gira ancora negli Stati Uniti nel 1929 "The Canary Murder Case" insieme a Willliam Powell e nel 1930 il suo ultimo film europeo in Francia "Prix De Beaute'". Mal vista a Hollywood negli anni Trenta per la sua innata incapacita' di piegarsi alle richieste dei produttori di Hollywood, fuori e dentro al set, dovette accontentarsi di parti minori e di qualche soap opera radiofonica. Si sposo' due volte, nel 1926 con Edward Sutherland, un rampollo di Hollywood e nel 1934 con Deering Davis, ma entrambi i matromoni finirono dopo pochi mesi. Con “Overlad Stage Raiders”, insieme ad un giovanissimo John Wayne, lascio' il cinema e la celebrità a solo 36 anni; la sua voglia di vivere libera era stata più forte delle false seduzioni del mondo di Hollywood .

 Si trasferi' prima a Wichita nella casa paterna, dove apri' una scuola di danza, poi nel 1943 a New York, in piena solitudine. Dopo aver lavorato come semplice commessa in un negozio della Quinta Avenue, capi' ben presto che l’unica carriera ben retribuita che gli offrivano “in qualità di attrice fallita di trentasei anni, era quella della squillo”. Solo l'aiuto di un suo ricco ex amante, Paley il fondatore della CBS, che gli accordava in quel periodo un mensile per vivere, la salvo' dal suicidio.

Dopo la sua riscoperta da parte di critici e produttori americani, si trasferi' a Rochester e comincio' la sua carriera di scrittrice e critica cinematografica, producendo anche brevi ritratti delle star che aveva conosciuto: Greta Garbo, Marlene Dietrich, Charlie Chaplin, Buster Keaton, Humphrey Bogart ed i suoi lavori andarono a comporre uno spaccato lucido e feroce della “fabbrica dei miti di celluloide”. Scrisse anche una autobiografia, ma la distrusse poco dopo averla terminata e non fu mai stampata.

Guido Crepax dichiaro' di essersi ispirato ad una foto dell'attrice ed alla malizia conturbante di Louise Brooks, quando creo' l’eterea e peccaminosa Valentina, ed inizio' un fitto rapporto epistolare con lei per presentarle i suoi lavori e scambiarsi idee, pensieri ed intima amicizia. Gia' malata di efisema polmore, mori' nel 1985 per un attacco di cuore.




INTERVISTA
LULU' IN BERLIN










 

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