venerdì 11 novembre 2011

Emilio Bossi - 9 L'Origine Dei Redentori




Il Sole è la sorgente della vita nell’universo; la sua luce è la sorgente d’ogni bellezza; il moto ch’esso produce è la fonte d’ogni bene. Egli è quindi il Vero, il Bello, il Buono. La prima adorazione dell’umanità va al ministro maggiore della natura, al datore di ogni bene, alla luce increata ed eterna, alla forza fecondante dell’universo. Dal Sole deriva l’idea prima di Dio. I lavori degli orientalisti hanno oramai stabilito che l’etimologia stessa del nome Dio viene da un attributo del sole, da Devv e dalla radice divv che in sanscrito, lingua primitiva dei popoli ariani, significa appunto il luminoso. Dalla radice divv derivansi quasi tutti i nomi della somma divinità nei popoli europei, dallo zeus dei greci al disvas dei lituani, al deus dei latini, ecc. L’idea di Dio risale dunque in origine al semplice concetto del Sole, di questo corpo luminoso che esercita tanta influenza così sulla vita dell’uomo come di tutta la natura.
Come il Sole è inaccessibile all’uomo, il quale non poté usufruire direttamente dei suoi benefici che col mezzo del fuoco, così l’uomo non fu redento dai suoi mali che il giorno in cui il Fuoco, scoperto mediante l’azione di due legni in croce, discendendo per così dire dal Padre celeste che è nei cieli, gli apportò una protezione, degli alimenti, dei metalli, degli utensili, delle armi, un mezzo di difesa e di salute.
Da qui' ha origine l’antichissima venerazione degli uomini per la croce, poiché il Fuoco, figlio del Sole e salvatore dell’umanità che gli deve tutto, era prodotto per mezzo d’una croce di legno, opera del falegname, sulla quale si compiva, al contatto dello Spirito o dell’aria, il mistero del salvatore dell’umanità. Di qui il mito di Perseo che fa discendere il fuoco dal cielo in terra e di Prometeo che ruba il fuoco al cielo per la salute dell’umanità ed è perciò condannato ad essere messo in croce sul Caucaso, ma sopratutto quello indiano della Trinità primitiva di Savistri, Agni e Vayu. Questo mito indica chiaramente la sua origine. Il sole dà la vita alle piante e mantiene in vita gli animali, sia direttamente col suo calore, sia indirettamente con gli alimenti che essi assorbono, la combustione dei quali è determinata dall’aria che respirano.
Si coglie alla sua primissima fonte l’origine del mito. Il sole è il padre del fuoco; il fuoco è generato dal soffio dell’aria (spirito). È l’espressione della parte e dell’azione di ciascuno di questi tre elementi – il sole, il fuoco e l’aria, personificati in Savistri, Agni e Vayu – che costituisce il mito vedico, ossia la Trinità primitiva degli Indiani che, nei libri dei Vedas, ci è presentata sotto il velo di un’allegoria. Agni (il fuoco) è il figlio incarnato di Savistri, il padre celeste (il sole); egli è stato concepito e generato dalla vergine Maya ed ha per padre terrestre Twasti, il falegname (colui che fabbrica lo Swastica). Lo Swastica è la croce prodotta dai due legni la cui confricazione produce il fuoco; Maya è la cavità di quello dei due bastoni che è chiamato la madre, ed è la personificazione della potenza generatrice. Vayu è lo spirito (l’aria, senza cui il fuoco non può accendersi) per opera del quale Agni (il fuoco) è stato concepito nel seno della Maya. Nel rito vedico si celebrava ogni anno la nascita di Agni (il fuoco) al solstizio d’inverno (25 dicembre), vale a dire all’epoca che coincide con la rinascita annuale del Sole. Questa data era annunciata astronomicamente dall’apparizione di una stella nel firmamento. Quando riappariva la stella, i preti annunciavano la buona novella al popolo e ripetevano la commemorazione allegorica della scoperta del fuoco. Il fuoco era allora acceso mediante la Swastica. La prima scintilla che nasceva dalla cavità detta Maya, era chiamata “il piccolo bambino”. I preti deponevano il piccolo bambino sulla paglia che si accendeva. Al suo lato si conduceva la vacca che ha fornito il burro, e l’asino che ha portato il soma, liquore, che serviranno ad alimentarlo. Davanti a lui è un prete con un ventaglio che agita per tenerlo in vita. In seguito è portato su dei rami accatastati sull’altare. Là, un prete versa su di lui il liquore sacro, il soma. Un altro gli dà l’unzione, spandendo il burro su di lui. Da questo momento Agni prende il nome di Unto (in greco Cristnos, Cristo). Dal focolare così alimentato sorge la fiamma che in mezzo ad una nube ascende al cielo, ove il fuoco va a raggiungere il padre celeste che l’ha inviato per la salute del mondo.
Questa commemorazione della nascita di Agni era accompagnata da una cerimonia rituale. Il soma era il liquore sacro presso tutti i popoli ariani. Agni risiede in esso, benché invisibile. Esso è l’emblema di tutti gli alimenti liquidi, mentre gli alimenti solidi erano rappresentati dal pane, composto di farina e di burro, materie nutritive e combustibili in cui risiede Agni. L’offerta del pane e del vino era presentata al fuoco sacro sull’altare. Il fuoco li consumava e li innalzava in vapore verso il cielo per riunirli al corpo glorioso del padre celeste (il Sole). Agni diventa così il mediatore dell’offerta, il sacrificatore che offre se stesso come vittima. I preti ed i fedeli ricevevano ciascuno una particella dell’offerta (ostia) e la mangiavano come un alimento in cui fosse contenuto Agni.
Questa antica trinità, composta dal Sole (Savistri), il padre celeste, dal Fuoco (Agni), figlio ed incarnazione del Sole e dallo Spirito (Vayu), il soffio dell’aria, è rimasto il dogma fondamentale delle religioni d’origine ariana. Lo scopo di questo mito era di conservare preziosamente, facendone l’oggetto di un culto, un procedimento verosimilmente già perduto altre volte, il mezzo per ottenere il fuoco. Naturalmente col tempo, e col cambiamento del significato del linguaggio, nel passare dal proprio al figurato e dal fisico al morale l’antica sorgente del mito andò trasformandosi. Ma ne rimase sempre il germe primitivo, l’idea fondamentale.
L’uomo non tardò a rimarcare che, se la vita gli era stata resa possibile dal sole creatore e dal fuoco salvatore, tuttavia altre forze la dominavano, sia nel mondo fisico che in quello morale. Nell’ordine fisico vide la produzione e la distruzione, il giorno e la notte, il caldo ed il freddo; nell’ordine morale, il bene ed il male, l’amore e l’odio; nell’ordine intellettuale, l’errore e la verità; dalla distinzione di questi due principi nacque il dualismo indiano di Brahma e di Siva, l’egizio di Osiride e di Tifone, il persiano di Ormuzd e di Arimane. All’opposizione di questi due principi il naturalismo attribuì le grandi catastrofi che aveva prima provato la natura, i flagelli che avevano travagliato il genere umano, le guerre dei giganti, il diluvio, le eruzioni vulcaniche, i terremoti e il male morale. Poiché tutte queste calamità avevano sempre avuto un termine e malgrado la distruzione degli individui il male morale non era riuscito a sopprimere il bene, il politeismo aggiunse un dio mediatore alle due divinità contrastanti, e attribuì ad esso la missione di combattere nel mondo la forza del principio cattivo. Ne venne quindi la trinità degli Indiani, composta da Brahma, Siva, Vischnu; la triade degli Egiziani, composta d’Iside, Osiride ed Orus; la trinità dei Persiani, composta di Ormuzd, Arimane e Mitra. Così ebbero origine gli Dei Salvatori del mondo, come sono Vischnu-Cristna, Orus-Ammone, Sem-Ercole, Mitra, Apollo e Tor; in tal modo se ne trovano spiegati i patimenti, le battaglie, le discese all’inferno, la morte, la risurrezione.
Siccome il principio riparatore concordava con la creazione, fu supposto derivato dal Creatore e che ne fosse il figlio; perciò vediamo Cristna procedere da Brahma, Orus da Osiride, Apollo da Giove, Mitra da Ormuzd.
La vita degli Dei Redentori è la descrizione della vita del Sole. Essi nascono tutti al solstizio d’inverno, e precisamente il 25 dicembre, quando il Sole, che sembrava vicino a spegnersi, torna a rinascere. È il bambino. Ed essi muoiono tutti per tosto risuscitare all’equinozio di primavera, allorché il sole riprende tutta la sua celeste potenza e trionfa delle tenebre dell’inverno, del male, di Tifone, di Siva, di Arimane, di Satana.
Cristna, Mitra, Oro, Apollo, Adone, come Cristo, nascono il 25 dicembre, e risuscitano all’equinozio di primavera. Il dio del giorno fu dunque personificato nel Dio Creatore prima e Redentore poi, e fu sottomesso a tutte le peripezie umane. L’antichità stessa lo lasciò scritto a caratteri chiari ed in parole esplicite. Platone ed Aristotele ammettevano l’adorazione del sole e degli astri; e Anassagora testimoniava dell’esistenza di questa adorazione allorché, per demolirla, diceva che il sole non è altro che una pietra infiammata. Per Erodoto, come per Strabone, il mediatore del mazdeismo, il Dio Redentore persiano, Mitra, il quale ha per emblema la luce, non è altro che il Sole, e Quinto Curzio ci dice che i Persi invocavano Mitra o il Sole, come una luce eterna. Secondo Plutarco i misteri di Mitra erano stati portati in Occidente, e segnatamente a Roma, dai pirati siciliani, fatto che risale all’anno 68 avanti Cristo. Orbene: a Roma appunto Mitra era adorato puramente e semplicemente come il Sole e Roma ce ne lasciò la testimonianza. "Deo Soli invicto Mithrae" è la formula costantemente impiegata nelle inscrizioni latine consacrate al dio redentore dei Persi. Uno scrittore bizantino, Niceta, ci dice che Mitra era dagli uni considerato come il Sole, dagli altri come il Fuoco. Un Padre della Chiesa, Julius Firmicus Maternus, vede in Mitra la personificazione umana del Fuoco. Archelao, vescovo di una città della Mesopotamia, nella disputa che sostiene verso l’anno 277 contro Manete, identifica completamente Mitra col Sole. Il preteso Dionigi l’Aeropagita vede in Mitra un Dio a triplice forma, vale a dire concepito secondo le vicende delle stagioni. San Gerolamo stesso volle trovare nel nome di Mitra un anagramma del numero 365, che è quello dei giorni dell’anno. San Paulino, vescovo di Nola, ci ha lasciato nei suoi versi una descrizione dei misteri di Mitra, in cui lo splendore di questo dio solare è opposto alle tenebre della notte, durante le quali era adorato. Windischmann ha riunito altre testimonianze le quali stabiliscono tutte che Mitra era il Sole.
Sulle monete di Kanerki, re indo-scita, Mitra appare come il sole circondato dal disco radioso. Il dio solare Mitra era pure rappresentato con la testa circondata dal disco solare, con la mano destra levata in alto e con un globo nella sinistra. Sotto questa forma è tuttora rappresentato Cristo. Il Sole Mitra, a Roma, finì per diventare la divinità preponderante, sì che fu chiamato senz’altro il Signore, come l’indica una medaglia coniata sotto Aureliano. Il monoteismo o, meglio, il prototeismo cristiano potrebbe dirsi già nato allorché tutti i popoli dell’impero romano designavano il Sole sotto la denominazione di Dominus, o di Signore. Questa evoluzione fu facilitata dal culto di Mitra, il Sole invincibile, che l’imperatore Giuliano chiamava il padre comune degli uomini. I cristiani percio' applicarono ogni loro sforzo per combattere soprattutto Mitra, che era il più potente avversario della loro incarnazione del Dio Sole. In Egitto il Sole era il generatore dell’universo, il creatore degli esseri e delle cose e come nell’India era chiamato il Padre Celeste. Egli era il principio attivo e luminoso, che l’antica inscrizione d’uno degli obelischi egizii trasportato a Roma nel Circo Massimo così definiva: «Il grande Dio, il giusto Dio, il tutto splendente». Egli era il principio universale il fluido luminoso, igneo, sottilissimo, il quale riempie l’universo. Sui monumenti era rappresentato con un globo fiancheggiato da due ali e sormontato da corna ondulate. In tutta l’America sono rimasti visibili ed evidenti le traccie dell’antico culto al Sole. In India, in Cina e in Giappone tutta la mitologia è la rappresentazione antropomorfica delle forze della natura e principalmente della principale di esse, il Sole.
Il globo alato del Sole non era solo degli Egiziani, ma anche dei Persiani e dei Fenici. Il Sole è rappresentato generalmente nei monumenti assiri e caldaici. L’astro del giorno era una delle principali divinità della Caldea, ove aveva altari in ogni luogo. La città di Sippara gli era consacrata e nelle sue chiese ardeva continuo fuoco in suo onore. In Siria, nella città di Edessa, un tempio era stato consacrato al dio Sole, come già a Palmira. In Grecia, il globo alato si trova sul Caduceo. Orfeo considerava il Sole come il più grande degli dei. Agamennone, in Omero, apostrofando il Sole, lo chiama colui che vede tutto e che intende tutto. Il Beleno dei Galli è una personificazione del Sole. Presso i Romani non solo Apollo e Bacco erano personificazioni del Sole, ma, secondo Giuliano, anche Giove non era che il Sole. Macrobio, nell’opera sui Saturnali, dimostra che i nomi di Apollo, di Bacco, di Adone, ecc., non erano che le diverse denominazioni del Sole presso le diverse nazioni, e riduce tutta l’antica teologia al culto del Sole.

dal libro di Emilio Bossi - "Gesu' Non E' Mai Esistito" - 1904

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