venerdì 11 novembre 2011

Emilio Bossi - 7 Cristo Prima Di Cristo




L’India antica ebbe più di un Dio Redentore: Vischnu, si incarnò ben nove volte, prendendo forma umana per redimere l’umanità dal peccato originale. Interessanti sono l’ottava e la nona avatar o incarnazione di Vischnu, che nell’ottava assunse la persona di Cristna e nella nona s’incarnò in Budda. Cristna, il Redentore indiano, nasce da una Vergine, la vergine Devanaguy, e la sua venuta è predetta nei libri sacri indiani (Atharva, Vedangas, Vedanta). Vischnu stesso, il Dio buono e conservatore, apparve a Lakmy, la madre della vergine Devanaguy, per rivelarle i futuri destini di colei che stava per nascere, e le indicò il nome che avrebbe dovuto imporre alla madre del Redentore, ingiungendole perfino di non unire la futura figlia in matrimonio con alcuno, perché per lei dovevano compiersi i disegni di Dio. Ciò accadeva circa 3500 anni prima dell’era volgare a Madura, piccola provincia dell’India orientale. Al suo nascere la fanciulla ricevé il nome di Devanaguy, com’era stato prescritto. Il rayah di Madura fu informato in sogno che Devanaguy doveva dare alla luce un figlio che lo avrebbe cacciato dal trono. Perciò il tiranno di Madura fece rinchiudere Devanaguy in una torre di cui fece murare la porta per toglierle ogni possibilità di uscirne, collocando una forte guardia intorno alla prigione. Ma tutto fu vano; tante precauzioni non dovevano impedire che si verificasse la profezia di Poulastya: «E lo spirito divino di Vischnu traversò i muri per congiungersi alla sua diletta». Una sera mentre la Vergine pregava, una musica celeste venne all’improvviso a dilettare le sue orecchie, la prigione s’illuminò e Vischnu le comparve in tutto lo splendore della sua divina maestà. Devanaguy fu obombrata dallo spirito di Dio che voleva incarnarsi, ed ella concepì. Alla notte del parto di Devanaguy, e mentre il neonato mandava i primi vagiti, un vento violento fece una apertura nel muro della prigione e la Vergine col figlio fu condotta da un messo di Vischnu in un ovile appartenente a Nanda. Il neonato fu chiamato Cristna. I pastori, avvertiti del deposito che loro era confidato, si prosternarono dinanzi al figlio della Vergine e l’adorarono. Il tiranno di Madura, all’annuncio del parto e della fuga meravigliosa di Devanaguy, montò in furia, ed ordinò in tutti i suoi Stati il massacro dei ragazzi maschi nati durante la notte in cui Cristna era venuto al mondo. Una truppa di soldati giunse all’ovile di Nanda, ma Cristna sfugge miracolosamente a quel pericolo. Infiniti sono i racconti delle avventure dei primi anni di Cristna, che usciva sempre vittorioso dai pericoli suscitatigli contro da chi voleva farlo perire, uomini o demoni. A sedici anni Cristna lascia i parenti e si mette a percorrere l’India predicando la sua dottrina. Questa parte della sua vita si distingue per i suoi miracoli: egli risuscita morti, guarisce lebbrosi, rende l’udito ai sordi e la vista ai ciechi. Egli si proclama la seconda persona della trinità, cioè Vischnu, venuto sulla terra per riscattare l’uomo dal peccato originale. Le popolazioni accorrevano in folla al suo passaggio, avide dei suoi sublimi insegnamenti e lo adoravano come un dio dicendo: «Questi è proprio il Redentore promesso ai nostri padri!» La sua morale è pura ed elevata e completamente altruistica. Egli si circondò di discepoli che dovevano continuare l’opera sua. Insegnava mediante parabole. Un giorno che il tiranno di Madura aveva mandato molti soldati contro Cristna ed i suoi discepoli, questi ultimi spaventati vollero sottrarsi con la fuga al pericolo che li minacciava. Persino il capo dei discepoli, Ardjuna, sembrava scosso nella sua fede. Cristna, che stava in preghiere a poca distanza, avendo inteso le loro lagnanze, si avanzò in mezzo a loro e li rimproverò della loro poca fede, apparendo ai loro sguardi in tutto lo splendore della maestà divina e col viso circondato di tanta luce che i discepoli non la poterono sopportare. In seguito a questa trasfigurazione i discepoli lo chiamarono Jezeus, cioè nato dalla pura essenza divina. Un giorno ch’egli era coi suoi discepoli, due donne della più bassa condizione si avvicinarono a lui, gli versarono sulla testa dei profumi e lo adorarono. Quando Cristna comprese che per lui era giunta l’ora di abbandonare la terra e di ritornare nel seno di colui che lo aveva mandato, si distaccò dai suoi discepoli, proibendo loro di seguirlo, si recò alle sponde del Gange, si immerse nel fiume sacro, poi s’inginocchiò pregando il cielo ed aspettando la morte. In quello stato fu ferito con una freccia e sospeso ad un albero. Colui che l’uccise fu condannato ad errare eternamente sulla terra. Quando si sparse la notizia della morte del Redentore, i suoi discepoli accorsero per raccoglierne la sacra spoglia: ma questa era sparita, essendo egli risuscitato ed asceso al cielo.
La nona incarnazione di Vischnu è quella in cui egli comparve come Budda. A sua madre fu rivelata in sogno la futura grandezza del figlio e l’ascendente che avrebbe esercitato sull’animo dei suoi simili. Egli scelse di nascere in una casta principesca, come Cristo da Davide, e scese in terra. Ciò avveniva 628 anni avanti Cristo. Alla sua nascita avvennero cose meravigliose; una luce abbagliante illuminò diecimila mondi, videro i ciechi, parlarono i muti, camminarono gli zoppi ed i paralitici, i prigionieri riconquistarono la libertà, una brezza refrigerante spirò sulla terra, sorgenti freschissime si sprigionarono dal suo seno, sbocciarono dappertutto fiori variopinti e dal cielo piovvero gigli odorosissimi. Dalle loro dimore elevate scesero gli spiriti a sorvegliare il palazzo ove doveva nascere il fanciullo e ad allontanare il male da lui e da sua madre. Quand’egli nacque, subito si tenne ritto dinanzi agli spiriti ed agli uomini meravigliati, una stella brillante apparve nel cielo, vennero dei re ad adorarlo e spuntò dalla terra il famoso albero Bo all’ombra del quale doveva poi diventare Budda: quell’albero ha foglie sempre in moto, ciò che si vuole sia il fremito commemorativo delle scene sacre di cui furono testimoni, come i Siriaci dicono che le foglie della tremula si agitano continuamente in memoria della crocifissione di Cristo, perché del legno di quell’albero sarebbe stata costruita la croce. Fra la gente che, colma di gioia, andò a visitare il meraviglioso fanciullo, si parla specialmente di un pio vecchio simile al nostro Simeone, il quale per avere menato vita santissima aveva ricevuto il dono delle profezie. Sebbene l’animo suo fosse pieno di contentezza per lo splendido avvenire che attendeva il fanciullo, non poté far a meno di spargere lacrime amarissime, pensando che egli, così avanzato in età, non avrebbe potuto assistere ai suoi trionfi. La madre di Budda si chiamava Maya, o Maia, e lo concepì in modo miracoloso, all’infuori di qualunque rapporto coniugale. Quando essa morì, le sue virtù le meritarono di essere accolta nel cielo dove dimorano i Nat. Budda crebbe bello e dotato di grande intelligenza, meravigliando i dottori per la sua sapienza. Egli abbandonò il tetto paterno per compiere la sua missione. Mentre digiunava nel deserto all’ombra dell’albero, per un periodo di 49 giorni (7 × 7), fu tentato a più riprese dal demonio, ma ne uscì vittorioso. Egli predicò le prime volte a Benares e convertì alla fede grandi e piccoli. La sua morale, come vedremo a suo luogo, precorre quella di Cristo. Il suo più gran discorso fu chiamato, dal luogo ove fu pronunziato, «La predica della montagna», precisamente come quello di Cristo. Dopo la sua morte, egli appare ai suoi discepoli in forma luminosa, con la testa circondata da un’aureola. Budda ebbe anch’egli il suo discepolo traditore, Devadatta. Egli non lasciò scritto nulla. Ma le sue dottrine furono raccolte dai suoi discepoli, convocati in concilio generale. Fra questi discepoli ve ne furono due di natura molto diversa: l’uno serio, profondamente convinto e pieno di zelo; dolcissimo l’altro per natura e prediletto da Budda; precisamente come san Pietro e san Giovanni, discepoli di Cristo. Budda, come Cristo, si ribellò al potere soverchiante dei preti. Come i cristiani, i buddisti sono divisi in varie sètte. Nel Buddismo si trovano tutte le pratiche religiose del cristianesimo; tantoché quando i missionari cattolici incontrarono per la prima volta i monaci buddisti, credettero ad un inganno del diavolo il quale avesse voluto suggerir loro le pratiche cattoliche, non dubitando che chi aveva copiato non erano i buddisti, di gran lunga più antichi.
Mitra, chiamato anche Signore, nasce in una grotta da una vergine, come Cristo nasce in una stalla da un’altra vergine. Il giorno in cui nasce Mitra è quello in cui nascerà poi Cristo: il 25 dicembre, vale a dire al solstizio d’inverno. Quel giorno era la più gran festa della religione dei Magi, secondo Frèret ed Hyde. La madre di Mitra rimane vergine anche dopo il parto. Nella sfera dei magi e dei caldei il segno zodiacale della Vergine è rappresentato da una vergine che ha vicino un bambino ed un uomo che sembra essere il padre putativo del bambino. La nascita di Mitra è annunciata astrologicamente dalla stella che appare all’oriente e dai magi che apportano profumi, oro e mirra. Mitra, che nasce il 25 dicembre come Cristo, muore come lui all’equinozio di primavera. Anch’egli aveva il suo sepolcro, sul quale i suoi iniziati venivano a spargere lacrime. Uno scrittore cristiano, Firmico, ci narra che i preti portavano alla tomba durante la notte l’immagine di Mitra, steso sopra una bara. Questa cerimonia era accompagnata dai canti funebri dei sacerdoti atteggiati a simulato dolore. Si accendeva il sacro cero (cero pasquale), si ungeva di profumi l’immagine del Dio, quindi uno dei sacerdoti dichiarava solennemente che Mitra era risuscitato e che le sue pene avevano redento l’umanità. Alcune parti della vita di Cristo, nella mitologia persiana, erano già state applicate a Zoroastro. Il reverendo dottor Mills, eminente teologo e scienziato cristiano, fu, dalla evidenza delle cose, costretto a riconoscere che la tentazione di Cristo figurava già nella mitologia persiana come tentazione di Zoroastro, e soggiungeva: «Nessun Persiano suddito passeggiante per le vie di Gerusalemme, subito dopo o molto dopo il ritorno, poté mancar di conoscere questo mito meraviglioso». Vedremo più innanzi la sorprendente somiglianza dei misteri dei Persi con quelli cristiani. Questa somiglianza era tale e tanta che san Giustino, non potendo smentirla, né sapendo spiegarla con ragioni favorevoli all’ortodossia, accusava il Diavolo d’aver rivelato ai Persiani i misteri del cristianesimo prima ancora che il Cristo fosse nato!
Gli Egiziani avevano anche essi il loro Dio Salvatore in Orus, divenuto poi Osirapide o semplicemente Serapide. Anche Orus nasceva da una vergine al solstizio d’inverno e moriva all’equinozio di primavera per tosto risuscitare, come Cristo. Orus veniva esposto al solstizio d’inverno, sotto l’immagine d’un fanciullo, all’adorazione dei fedeli; «poiché allora, dice Macrobio, il giorno essendo più corto, questo Dio pare che ancor non sia che un debole fanciullo. Egli è il fanciullo dei misteri la cui immagine gli Egiziani traevano fuori dai loro santuari tutti gli anni al giorno fissato (25 dicembre)». È di questo infante che la dea di Sais si diceva madre nella famosa iscrizione: «Il Dio ch’io ho partorito è il Sole». Il dio Orus aveva pure la sua fuga, portato dalla vergine Iside, montata su di un asino.
Il medesimo mito fu, in Egitto, applicato anche al re Amenophis III, che qui giova ricordare, soltanto perché ne rimane un documento importantissimo, il quale dimostra che, diciotto secoli prima di Cristo, si conoscevano già i misteri che si trovano nel Vangelo di san Luca (c. I e II). Si tratta infatti di un quadro dipinto per una delle pareti del tempio di Luxor, nel quale si vedono le scene dell’Annunciazione, della Concezione, della Nascita e dell’Adorazione. Questo quadro è stato riprodotto da G. Massey nel suo libro Natural Genesis239. Nella prima scena il dio Tath, il Mercurio lunare (l’angelo Gabriele) saluta la Vergine e le annuncia ch’essa darà la luce a un figlio. Nella scena seguente il dio Knept (lo Spirito) produce la concezione. Nella scena dell’adorazione il bambino riceve gli omaggi degli Dei e i doni di tre personaggi (i Magi).
Potremmo continuare nella rassegna degli Dei Redentori, aventi gli identici caratteri quali Ati nella Frigia, Beleno presso i Celti, Joele presso i Germani, Fo presso i Cinesi, Bacco, Adone, etc.

dal libro di Emilio Bossi - "Gesu' Non E' Mai Esistito" - 1904

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