lunedì 7 novembre 2011

Emilio Bossi - 2 Le Pretese Prove Storiche Su Cristo





I soli autori profani che abbiano parlato di Cristo e che si vogliono avere in conto di testimoni della sua esistenza, furono lo storico ebreo Giuseppe, Tacito, Svetonio e Plinio. Di questi scrittori il solo che potrebbe avere il valore di testimone è Giuseppe, perché storico ebreo, quantunque anch’egli sia vissuto ed abbia scritto molti anni dopo il periodo assegnato alla vita di Cristo. Giuseppe parla di Cristo solo incidentalmente, in queste poche righe: «In quello stesso tempo nacque Gesù, uomo saggio, se tuttavolta si può chiamarlo uomo, poiché egli fece delle opere ammirabili, insegnando a coloro che amavano inspirarsi alla verità. Non solo egli fu seguìto da molti Ebrei, ma anche da Greci. Era il Cristo. I principali della nostra nazione avendolo accusato davanti a Pilato, questi lo fece crocifiggere. I suoi partigiani non l’abbandonarono nemmeno dopo la morte. Vivente e risuscitato, egli apparve loro il terzo giorno, come i santi profeti avevano predetto, per fare mille altre cose miracolose. La società dei cristiani che sussiste anche oggi ebbe da lui il suo nome».
Il Salvador, il Renan, lo Stefanoni e gli altri scrittori in genere, ritengono che le parole di Giuseppe siano state semplicemente alterate, ma un'analisi più severa persuaderà chiunque che il passo di Giuseppe relativo a Gesù sia completamente interpolato. Difatti esso si trova come smarrito in mezzo ad un capitolo, senza connessione alcuna con quanto lo precede né con quanto lo segue. E' collocato fra il racconto di una punizione militare inflitta al popolo di Gerusalemme e gli amori di una dama romana con un cavaliere il quale ottenne i suoi favori facendosi credere una personificazione del dio Anubi. Di più: questi due avvenimenti sono dallo storico stesso legati l’uno all’altro; perché iniziando a raccontare il secondo, egli lo chiama «un altro accidente deplorevole». Queste parole «un altro accidente» non possono che aver rapporto col primo, che era la sedizione popolare con relativa punizione. Il passo fra questi due avvenimenti non può quindi essere di Giuseppe, perché rompe bruscamente il filo della narrazione, mentre Giuseppe possiede perfettamente, in tutta l’opera sua, l’arte di mettere ogni cosa al suo posto. D’altra parte in questo passo Giuseppe parla di Cristo come avrebbe fatto un buon cristiano, poiché lo chiama un essere soprannaturale e lo connette colle predizioni dei profeti. Ora, avrebbe potuto Giuseppe tenere un tale linguaggio, ossia credere nella divinità di Cristo, senza diventar cristiano, ma continuando a rimanere, come rimase, ebreo? Persino l’erudito padre Gillet è obbligato a riconoscere che Giuseppe non avrebbe potuto parlare così, come avrebbe fatto un cristiano. Del resto, si ha una prova diretta di questa interpolazione nel fatto che San Giustino, Tertulliano, Origene e San Cipriano, nelle loro numerose ed ardenti polemiche contro gli ebrei ed i pagani, non citano questo passo di Giuseppe. Anzi, Origene dichiara che Giuseppe non riconosceva Gesù per il Cristo; cosa che non avrebbe potuto dire ove il passo citato di Giuseppe fosse già esistito al suo tempo. Per unanime consenso di tutti i critici sensati e competenti, questo passo di Giuseppe deve dunque ritenersi una frode dei cristiani primitivi.
Di Giuseppe si cita ancora un altro passo (Lib. 20, c. 9) in cui, parlando della condanna di Giacomo, soggiunge: «fratello di Gesù, detto il Cristo». Qui Giuseppe parla di Cristo come d’un uomo qualunque, mostrando di non credere alla di lui divinità, mentre nell’altro passo mostra di credere alla divinità di Gesù. Questa contraddizione fu risolta inizialmente asserendo che solo il passo precedentemente analizzato sarebbe interpolato o alterato. Ma in realtà anche questo passo deve aversi in conto di apocrifo, solo che questa volta l’interpolazione è fatta con abilità maggiore che la precedente, poiché fa parlare Giuseppe da quell’ebreo che egli era. Ciò si comprende e si spiega comprendendo che questa interpolazione è anteriore a quella precedente, perché esisteva già al tempo di Origene: onde la prima falsificazione non poteva essere ancora ardita come la successiva, ma doveva essere più prudente. Anche questo passo non è perciò da ritenersi come autentico per la semplice considerazione che Giuseppe, ove avesse effettivamente avuto sentore e notizia di Gesù detto il Cristo, non avrebbe mancato di estendersi molto di più sulla di lui vita, egli che racconta tutti i più minuti dettagli della storia di quel tempo, trattandosi qui d’un uomo che avrebbe avuto una parte tanto grande, saliente, spiccata, originale e culminante nella storia del suo paese.
Veniamo a Tacito. Il passo di Tacito, che farebbe testimonianza di Gesù, è il seguente: «Nerone, senza strepito, sottopose a processo ed a pene straordinarie coloro che il volgo chiamava cristiani, perché invisi per i loro misfatti. L’autore del loro nome fu Cristo che, regnando Tiberio, fu dannato al supplizio da Ponzio Pilato. Non appena veniva repressa questa esiziale superstizione, che nuovamente pullulava non solo in Giudea, ond’era venuto tanto male, ma eziandio in Roma, ove da ogni parte confluivano i settatori e vi celebravano le cose più atroci e più vergognose. Adunque, sì per confessione di coloro che si correggevano, sì per l’universale giudizio del pubblico, vennero convinti non solo come incendiari, ma eziandio come professanti odio al genere umano».
Mentre Tacito dice che il volgo chiamava così i cristiani perché invisi per i loro misfatti, il falsificatore lo fa contraddirsi nelle linee immediatamente successive, in cui gli fa dire che il nome di cristiani era loro venuto da Cristo. Tale contraddizione, impossibile in uno scrittore della forza di Tacito, va risolta nel senso dell’interpolazione delle parole che si riferiscono a Cristo, perché l’etimologia data da Tacito al nome dei cristiani nella linea che precede immediatamente la seconda etimologia, è quella sola che corrisponde all’opinione tutt’altro che favorevole che Tacito aveva dei cristiani, quale scaturisce e viene mantenuta per tutto il brano in cui Tacito parla di loro.
Un’altra circostanza che sta a provare l'interpolazione, ci è data da un altro passo di Tacito stesso opportunamente rilevato dal Ganeval, in cui l’eminente storico romano (Lib. II, / 85) dice che furono espulsi da Roma gli ebrei e gli egiziani, formanti una sola superstizione. Qui, evidentemente, Tacito non fa più venire dalla Giudea i cristiani, ma dall’Egitto, e distrugge la pretesa origine etimologica dei cristiani da Cristo, che gli è stata messa in bocca nel passo innanzi esaminato. Coloro che lo falsificarono dimenticarono dunque di falsificare anche il passo presente, nel quale Tacito ignora assolutamente Cristo e dice che il cristianesimo non viene da Cristo, ma dalla fusione dell’ebraismo, dell’orientalismo e dell’ellenismo avvenuta in Egitto. Comunque, anche se non si volesse ammettere la frode, la testimonianza di Tacito non proverebbe l’esistenza di Cristo, perché lo cita unicamente per dare l’etimologia del nome dei cristiani.
Non si può ammettere che Tacito stesso abbia scritto di Cristo nel modo nel quale lo si è fatto scrivere perché se Cristo fosse davvero esistito ed egli ne avesse avuto conoscenza, avrebbe detto certamente molto di più sul di lui conto, da quello storico ch’egli era e non si sarebbe limitato a parlare d’un uomo così straordinario soltanto in poche parole dette alla sfuggita ed in citazioni incidentali.
Il passo di Svetonio è ancora più breve e più controverso. «Roma, dice egli, parlando del regno di Claudio, espulse i giudei che, ad istigazione di Cresto, erano in continuo tumulto». Passiamo pur sopra alla differenza tra Cresto e Cristo. La vera difficoltà nasce circa la persona stessa cui allude Svetonio. Se egli era Gesù Cristo, come poteva venire scacciato da Roma, dove non era mai stato? E fosse anche stato a Roma, come avrebbe potuto esserci ancora durante l’impero di Claudio mentre Tacito ci ha detto ch’egli era stato crocefisso durante il regno di Tiberio, il quale aveva preceduto il regno di Caligola, il quale, a sua volta, aveva preceduto il regno di Claudio?
Infine, in una sua lettera a Traiano, Plinio il giovane nomina Cristo, ma non già come una persona di cui voglia constatare l’esistenza storica, bensì come la Divinità che era fatta oggetto di adorazione dei cristiani. Plinio parlò di Cristo solo etimologicamente, senza dire la propria opinione né quella d’altri sulla questione dell’esistenza di Cristo. Pertanto, tolte di sana pianta, perché  non pertinenti alla questione, le testimonianze di Svetonio e di Plinio e dimostrata la falsificazione di quelle attribuite a Giuseppe ed a Tacito, che rimane delle pretese prove storiche dell’esistenza di Gesù Cristo? Nulla, assolutamente nulla.

dal libro di Emilio Bossi - "Gesu' Non E' Mai Esistito" - 1904

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