venerdì 11 novembre 2011

Emilio Bossi - 10 Cristo E' Un Mito Solare




La teoria del Cristo è, come la sua biografia, tirata intieramente dai Vedas. È il Dio (il Sole) che offre il suo figlio unico (il Fuoco) per la salute degli uomini. Cristo ripete le vicende tutte, né più né meno, degli altri Dei Redentori che l’hanno preceduto. Ora questi Dei Redentori, per confessione degli scrittori pagani e degli stessi Padri della Chiesa e dei primi scrittori cristiani – quali Erodoto, Plutarco, Macrobio, Atanasio, Agostino, Teofilo, Atenagora, Minuzio Felice, Lattanzio, Giulio Firmico – non rappresentavano che il Sole.
Già nell’Antico Testamento troviamo identificato Iddio col Sole. «Dio ha stabilito la sua tenda nel Sole... Egli va da un’estremità del cielo all’altra, niente si sottrae al suo valore». «Su voi, che temete il mio nome, si leverà il Sole di Giustizia e la sua vita sarà nei suoi raggi». San Giovanni nel suo Vangelo dice che il Verbo era la Luce, la Luce e la Vita, la Luce che illumina l’occhio di ogni mortale, la Luce del mondo. Ma dove la Bibbia rivela maggiormente l’origine eliosistica di Cristo è nel chiamarlo l’Agnello; l’Agnus dei qui tollit peccata mundi... L’Apocalisse specialmente si diletta a raffigurare Cristo sotto il nome di Agnello. Anzi la Chiesa stessa, fino al 680, venerò Cristo sotto la figura simbolica dell’Agnello, e non fu che al 6° Sinodo di Costantinopoli (Can. 82) che fu sostituito un uomo in croce all’Agnello, il quale non è scomparso completamente, ma rimase, oltre che negli scritti e nelle litanie chiesastiche, anche nell’arte cristiana. Ora questo Agnello conferma che Cristo è il Sole, in quanto che non è da credersi che esso voglia rappresentare la dolcezza e la bontà di Cristo; ma è invece il segno zodiacale dell’Agnello, nel quale entra il Sole a Pasqua, all’equinozio di Primavera, quando riprende il suo impero sulle tenebre. Che tale fosse il significato dell’Agnello lo dimostrano i culti antichi che celebravano il Sole risuscitato sotto la figura della costellazione in cui entrava in quell’epoca.
Origene scriveva che bisognava adorare gli astri a cagione della loro luce spirituale e non della luce sensibile. Tertulliano cerca di salvare i cristiani dall’accusa che anch’essi adorino il Sole, dicendo che, malgrado le apparenze contrarie, e i segni esteriori di venerazione per il Sole, non è all’astro che s’indirizza il culto cristiano: «altri, con maggior ragione o verosimiglianza, credono che il nostro Dio è il Sole. Questa idea viene, apparentemente, da ciò che noi ci volgiamo verso l’oriente per pregare. Se noi dedichiamo alla gioia il giorno del Sole, gli è per una ragione estranea al culto di questo astro». Ma lo stesso Tertulliano riconosce che il dogma della risurrezione del Dio cristiano è identico a quello della religione persiana.
San Clemente Alessandrino scrive che il Verbo è venuto a nostra cognizione soltanto mediante il legno. (Evidentemente, allude al fuoco prodotto dal legno). San Giovanni Crisostomo, nelle sue omelie, parlando della discesa di Cristo all’inferno, lo chiama il sole di giustizia che ci porta la luce. Sinesio chiama Cristo il tipo sensibile del sole intellettuale. Egli lo fa uscire dall’inferno come un astro sorto dalle tenebre notturne, preceduto dalla luna, camminando sulla traccia luminosa del sole. Firmico Materno descrive pure Cristo, nella discesa all’inferno, lucente come il sole. Il primo giorno del calendario è ancor oggi consacrato al Sole, come lo dimostra anche il nome. Domenica viene da Dominus, il Signore; così era chiamato il Sole all’epoca in cui nacque il cristianesimo. Del resto anche gli altri giorni del calendario depongono in favore del culto solare, perché hanno conservato i loro nomi corrispondenti alla luna e a cinque pianeti.
San Clemente Alessandrino ci ha conservato un frammento di san Paolo, o attribuito a questo apostolo, in cui vien consigliato di leggere i libri sibillini, quelli dei Greci, e quello d’Istaspe. L’autorità dei libri sibillini è ancora sfruttata dalla Chiesa nel Dies irae, in cui la Sibilla è citata a testimonio che il mondo sarà distrutto dal fuoco; questi libri erano citati frequentemente e con autorità canonica dagli antichi teologi.
Certune, fra le sètte primitive, e per la scienza le sètte hanno l’ugual valore del tronco da cui si distaccano, conservarono l’origine solare del culto cristiano. I Manichei, per esempio, dicevano che il Sole era Cristo stesso. Ciò è attestato da Teodoro e da Cirillo di Gerusalemme. Secondo san Leone i Manichei ponevano Gesù Cristo nella sostanza luminosa del Sole e in quella della Luna, la quale non fa che riflettere la luce del sole. I Saturniliani pensavano che l’anima abbia la sostanza del sole, del calore siderale, e pertanto ch’essa ritorni alla sua sorgente, lasciando il corpo alla terra.
La Chiesa medesima ci ha conservato nel culto numerose prove che Cristo è un mito di origine solare. Per esempio, la festa di Pasqua non cade mai il giorno fisso, ma varia secondo le vicende astronomiche: ora ciò non sarebbe possibile ove Cristo fosse un personaggio storico, perché in tal caso il giorno della sua morte sarebbe fisso. Il Santo Sacramento ha la forma del disco luminoso del Sole, conformemente alle antiche tradizioni delle religioni eliosistiche. Sull’ostensorio cattolico si trova figurata la Luna, nel centro dello stesso, che si chiama appunto la Lunula: essa è circondata da sei pianeti, i quali sono pure figurati dalle sei candele che circondano, sull’altare, il Santo Sacramento. Il Santo Sacramento viene spesso indicato, nell’uso comune, come il Sole, semplicemente. Esso è straordinariamente rassomigliante a quello buddistico. Il Malvert cita un curioso documento che, perso nel simbolismo cristiano, ne rivela in maniera non si può più convincente la vera origine solare. È il ventaglio. Nel simbolismo cristiano si trovano la culla in cui riposa il bambino neonato sulla paglia accanto alla Vergine madre sua, la vacca, l’asino mistico dei Vedas, e perfino il piccolo ventaglio, che sarebbe un controsenso in una scena che avrebbe luogo durante l’inverno, se non fosse una riproduzione incosciente ma esatta del mito primitivo, vedico, in cui esso compie una funzione importante, che è quella di eccitare e di tenere vive sulla paglia le prime scintille del Fuoco. Questo dettaglio simbolico è passato nella liturgia primitiva, in cui il ventaglio era agitato durante la messa, dall’oblazione alla comunione; pratica durata nella Chiesa romana fino al secolo XIV. Fu pure praticato a lungo l’uso di rivolgersi verso l’oriente nel pregare, come quello di costruire le chiese in questa direzione, per modo che la luce del sole venisse a colpire il disco d’oro del Santo Sacramento, posto in faccia alla porta della chiesa. La traccia del culto solare si trova altresì nell’antico rito del battesimo, in cui il catecumeno si volgeva dapprima verso occidente per respingere Satana, l’emblema delle tenebre, e poscia si volgeva verso l’oriente e giurava fedeltà al suo nuovo Signore.
Fino alla Rivoluzione Francese del 1789 una Congregazione di Suore, adoratrici del Santo Sacramento, portava il nome di Suore del Sole. Per molto tempo la Chiesa rappresentò il Padre Eterno, il Dio padre sotto l’immagine del Sole; il Malvert dimostra le trasformazioni successive di queste rappresentazioni. Le prime versioni slave dei Vangeli, del nono secolo, traducevano la parola resurrectio dei Vangeli con Veskres, che letteralmente significa “ascensione del fuoco”. Tutte le nostre cerimonie del sabato santo e sopratutto quelle del fuoco nuovo, del famoso cero pasquale, non hanno altro significato né altra origine che il trionfo del Sole sulle Tenebre, che ha luogo all’equinozio di primavera, a Pasqua.
Un certo numero di orazioni di questo offizio non sono che la riproduzione quasi letterale degli inni vedici, in cui le parole Aryas e Dasyous furono sostituite con quelle di Ebrei ed Egiziani. La parola Alleluia (all, elevato e oulia, brillante) era il grido di gioia che pronunciavano gli antichi Persi adoratori del Sole quando celebravano, a Pasqua, il ritorno del Sole. Le stesse uova pasquali ricordano il culto solare. Perché esse rappresentavano, già nei misteri di Bacco, precisamente il Sole, come ne ricorda Macrobio: poiché la loro forma ovale rappresenta l’ellittica; il tuorlo rosso corrisponde al Sole, e il bianco dell’albumina rappresenta l’etere. Infine il cappello dei vescovi cattolici, che si chiama mitra, dal nome del dio Sole dei Persiani, era già in uso presso i magi, o sacerdoti di mitra, del dio Sole, e simboleggia, con la sua forma piramidale, precisamente il sole, o se si vuole il fuoco, figlio del sole, ascendente al cielo, a congiungersi col padre, come lo prova questa forma data alle piramidi d’Egitto, agli obelischi messicani e druidici e ai carri piramidali dell’India. Parimente ha un’origine relativa all’eliosismo il disco che i preti si fanno radere al sommo della testa, come facevano già i preti di Iside in Egitto, specialmente consacrati al culto del Sole; disco che simboleggia appunto il disco solare.
La credenza dei loro adoratori non può bastare, come non è bastata, per provare che essi siano realmente esistiti. Credere pertanto che sia esistito Cristo, sarebbe come credere che siano esistiti Mitra od Orus o Serapide, quello che secondo l’imperatore Adriano era chiamato anche Cristo e adorato dai cristiani od Adone, od Apollo, o Bacco, o Jezeus Cristna. Imperocché anche a questi Dei Redentori la mitologia aveva dato corpo ed esistenza umana, e il luogo della nascita e della morte, adorato dai rispettivi fedeli. Ma l’arguto Luciano ben a ragione si rideva della pretesa delle varie religioni di adorare esse sole il dio Sole, dandogli nome ed esistenza peculiari ciascuna al loro paese singolo e con caratteri ad esso speciali, mentre la divinità era sempre la medesima ed era comune a tutte.
Il politeismo ellenico era divenuto troppo umano, troppo accessibile alla critica, e non accontentava più coloro che cercavano risolvere il gran problema della vita futura e soprannaturale. Onde essi trovarono nella mitologia assiro-persiana, e in genere nelle divinità orientali che da tre secoli prima dell’era nostra avevano invaso e per più secoli ancora dominarono il mondo greco-romano, quella nuova linfa alimentatrice del misticismo di cui essi avevano bisogno. I tempi erano veramente maturi per una nuova incarnazione della divinità. Né l’apparato miracoloso poteva nuocere al credito del nuovo dio. Ché anzi il miracolo non fu mai tanto in voga e in credito quanto in quel tempo. Si ha notizia di un Dositeo il quale, pei suoi miracoli e prodigi, fu creduto il Messia, e i suoi seguaci tra i quali erano 30 discepoli corrispondenti ai dì del mese reputarono fosse salito al cielo. Apollonio Tianeo fece gli stessi miracoli attribuiti a Cristo ed anch’egli scomparì miracolosamente da questo basso mondo. Simone detto il Mago avrebbe compiuto i più strabilianti miracoli, sempre, s’intende, creduto e seguito da gran folla. Erodoto, come oggi il nostro buon Cantù, è tanto pieno di fede che racconta con grande serietà i più strepitosi miracoli di quell’età tanto superstiziosa e credula.
Nella Vita di Vespasiano, di uno storico serio quale Svetonio, si legge questo brano: «Gli facevano però difetto l’autorità, e una certa maestà, essendo egli quasi nuovo e mal noto come principe; ma anche questo vi si aggiunse. Mentre presiedeva il tribunale, uno del popolo, cieco, ed un altro paralitico, si avvicinarono a lui pregandolo di guarirli, come Serapide aveva loro predetto in sogno; cioè, che il cieco avrebbe riacquistato la vista se gli avesse sputato addosso; l’altro avrebbe comminato, se toccato dal suo piede. Non credendosi da alcuno che la cosa potesse verificarsi, non osava perciò egli di farne l’esperimento; finalmente, esortandolo gli amici, si decise, in presenza di tutta l’adunanza, a tentar la prova; né il successo ebbe a mancare». Tacito e Dione confermano quei miracoli di Vespasiano.
Anche nella società colta, l’incredulità non era che apparente: la credenza nel soprannaturale era resa ancora più intensa dal fatto che la fede negli Dei falsi e bugiardi era venuta meno senza che la conoscenza delle leggi naturali l’avesse rimpiazzata, talché l’incredulità si risolveva nel bisogno di credenze ancora più stupefacenti, che colpissero l’immaginazione più di quei miracoli i quali facevano sorridere gli aúguri. In quel tempo la follia, lo scandalo della croce, non poteva non incontrar fortuna anche nel mondo greco-romano, ossia nella pur già tanto positiva civiltà occidentale.

dal libro di Emilio Bossi - "Gesu' Non E' Mai Esistito" - 1904

Nessun commento:

Posta un commento

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...