sabato 6 novembre 2010

Noam Chomsky - L'Economia Moderna




Per Malthus chi non ha una ricchezza propria e non può vendere il proprio lavoro per quanto basta a sopravvivere non ha diritto di stare qui: se ne vada in prigione o da qualche altra parte. Ai suoi tempi "da qualche altra parte" significava nell'America del Nord o in Australia. Malthus non diceva che era colpa di qualcuno se erano poveri e se dovevano andarsene; per lui si trattava di una legge di natura. Ricardo diceva addirittura che ciò è vero come è vera la legge di gravità. Ed è ovvio che cercare di interferire con una legge di natura porta a pessimi risultati. Sia Malthus che Ricardo erano convinti che si danneggiano i poveri facendo creder loro che abbiano altri diritti oltre a quelli che possono conquistarsi sul mercato, per esempio il diritto di vivere, perché tali diritti interferiscono con il mercato, l'efficienza e la crescita. Quindi se si cerca di affermare questi diritti alla fine la gente starà solo peggio. Queste idee sono in voga ancora oggi e l'ideologia del libero mercato che si insegna oggi nelle università non e' molto diversa. L'unica differenza è che adesso si usano più formule matematiche.
Questo pensiero si e' affermato come un'arma della guerra di classe. La sua storia è davvero molto intrigante e, per quanto ne so, c'è un solo libro che ne parla, scritto da Rajani Kanth, un bravo storico dell'economia che come ringraziamento per il suo lavoro è stato buttato fuori dall'università dello Utah. Lui però è andato avanti e ha realizzato un ottimo studio. Durante i primi periodi della rivoluzione industriale, quando l'Inghilterra stava uscendo da una società feudale per entrare in un sistema di capitalismo di stato, la borghesia nascente aveva un problema. In una società tradizionale come quella feudale, le persone hanno una collocazione e dei diritti certi, godono di quello che allora veniva chiamato "diritto di vivere". Durante il feudalesimo forse come diritto non era un granché, ma in ogni caso si pensava che la gente avesse una sorta di diritto naturale alla sopravvivenza. Ma col sorgere di quello che chiamiamo capitalismo, questo diritto doveva essere annullato: la gente doveva togliersi dalla testa di avere un qualche automatico "diritto di vivere" oltre a quello che poteva garantirsi sul mercato del lavoro.
L'economia classica si è sviluppata dopo un periodo in cui la popolazione inglese era stata allontanata a forza dalle terre che aveva coltivato per secoli, tra il 1750 e il 1860 diverse leggi del parlamento sancirono la chiusura dei terreni comuni e una delle ragioni per le quali la rivoluzione industriale ha attecchito in Inghilterra prima che altrove è che lì era stata usata molta più violenza per cacciare la gente dalla terra. In Francia, per esempio, molta gente riuscì a rimanere nelle campagne, e quindi resistette più a lungo all'industrializzazione.
Ma anche dopo che la nascente borghesia inglese era riuscita ad allontanare dalla terra milioni di persone, ci fu un periodo in cui il "diritto di vivere" della popolazione era ancora sancito da quello che oggi chiamiamo "welfare": un insieme di leggi, le "Poor Laws", le leggi sull'assistenza ai poveri, codificate per la prima volta nel 1601, che garantiva un livello minimo di sussistenza a chi non poteva sopravvivere altrimenti. In più c'erano le "Corn Laws", leggi sui cereali in vigore già dal XII secolo, che concedevano ai proprietari terrieri ulteriori vantaggi oltre a quelli che potevano ricavare dal mercato. Queste leggi erano considerate tra i maggiori impedimenti alla crescita della classe industriale inglese e dovevano essere eliminate.
Per togliere dalla testa della gente l'idea del "diritto di vivere", c'era bisogno di un'ideologia. Ecco allora arrivare in soccorso l'economia classica, che diceva: nessuno ha diritto di vivere, si ha diritto solo a quanto si è in grado di guadagnare sul mercato del lavoro. I fondatori dell'economia classica asserivano di aver sviluppato una «teoria scientifica» che aveva «la stessa certezza della legge di gravità».
Negli anni trenta dell'Ottocento le condizioni politiche in Inghilterra erano cambiate quanto bastava per permettere alla borghesia di affossare le "Poor Laws", che furono significativamente limitate nel 1832, e di cominciare a provarci con le "Corn Laws", abolite nel 1846. Tra il 1840 e il 1845, la borghesia vinse le elezioni dando l'avvio a un cambiamento molto interessante: la teoria che l'aveva sostenuta fino a quel momento venne dismessa e la politica economica cambiò. Prima di tutto, la borghesia aveva vinto e non aveva più altrettanto bisogno di armi ideologiche. In secondo luogo, si rese conto di aver bisogno di un forte intervento statale per difendere l'industria dalla dura competizione del mercato aperto. Oltre a ciò, l'eliminazione del "diritto di vivere" cominciava a mostrare effetti negativi. Tutto il paese era percorso da rivolte che impegnavano duramente l'esercito. Accadde qualcosa di ancora più grave: la popolazione aveva cominciato a organizzarsi; stava nascendo il movimento dei lavoratori, poi il movimento cartista, la campagna popolare per le riforme parlamentari del 1838-48, e infine si sviluppò il movimento socialista. A quel punto, le élite inglesi capirono che era arrivato il momento di cambiare le regole del gioco, prima che il gioco gli si rivoltasse seriamente contro. E già nella seconda metà dell'Ottocento intellettuali come John Stuart Mill, con i suoi Princìpi di economia politica, costruirono le basi di un'ideologia socialdemocratica che cominciava a diventare dominante.
Verso la metà del XIX secolo la "scienza" cambiò, decretando che il "laissez faire", l'idea che l'economia funzioni meglio senza interferenze legislative, non era una buona cosa e gettando le basi intellettuali per il cosiddetto "welfare state". In effetti, durante il secolo che seguì, "laissez faire" divenne quasi una parolaccia. Ciò che invece la "scienza" andava dicendo era che è meglio fornire alla popolazione qualche forma di sopravvivenza prima che scoppino rivolte che mettano a rischio il potere della classe dominante. Puoi togliere alla gente il diritto di vivere, ma la gente cercherà di toglierti il diritto di governare.
Negli ultimi tempi, l'ideologia del "laissez faire" è stata rispolverata ed è di nuovo un'arma della lotta di classe. I princìpi dell'economia classica sono ancora in voga: non credo infatti che siano molto diversi da quello che oggi si insegna nel dipartimento di economia dell'università di Chicago, ovvero la teoria denominata "neoliberismo", fondata sui tagli ai servizi sociali, la stabilità della moneta e il pareggio del bilancio pubblico. Il "neoliberismo" di oggi non ha maggior valore di quello del primo Ottocento, semmai ne ha meno. Le idee di Ricardo e Malthus avevano infatti qualche attinenza con la realtà di allora; oggi quelle idee non ne hanno nessuna.
Il presupposto alla base dell'economia classica era che il lavoro fosse mobile e il capitale relativamente immobile. Potevano dire: «Se non riesci a procurarti da vivere sul mercato del lavoro, vai da qualche altra parte», perché si poteva davvero andare da qualche altra parte; dopo che erano state sterminate o espulse le popolazioni indigene degli Stati Uniti, dell'Australia e della Tasmania, gli europei poveri avevano qualche "altra parte" in cui andare. Il lavoro all'inizio del XIX secolo era mobile e il capitale immobile. In primo luogo perché capitale significava principalmente terreni ed i terreni non si possono spostare. Poi perché gli investimenti erano necessariamente locali, data la mancanza di un sistema di comunicazioni che permettesse il trasferimento rapido di denaro da una parte all'altra del mondo come quello che abbiamo adesso. Agli inizi dell'Ottocento, dunque, l'idea che il lavoro fosse mobile e il capitale immobile era abbastanza realistica.  Oggi il lavoro è immobile, a causa delle restrizioni all'immigrazione e di altri provvedimenti simili, mentre il capitale è diventato mobilissimo, grazie soprattutto alle innovazioni tecnologiche.
Se il capitale è mobile e il lavoro immobile, non c'è ragione che il capitale mobile non possa andare in cerca di un vantaggio assoluto mettendo in competizione la forza lavoro di diversi paesi, andando dove il costo del lavoro è più basso e di conseguenza abbassando il livello di vita di tutti. E questo è esattamente quanto fanno tutte le convenzioni per il commercio internazionale. Nessuno di questi modelli economici astratti funziona nel mondo reale. È l'ideologia di base che non ha più rapporti con la realtà, e in ultima analisi non ne ha mai avuti.
Prendiamo in considerazione una cosa che un economista dentro le istituzioni non direbbe mai, anche se la sa benissimo, ovvero che la storia non ha registrato un solo caso di un paese che si sia sviluppato con successo tenendo fede ai princìpi del "libero mercato". Sicuramente non gli Stati Uniti, che da sempre hanno goduto di un massiccio intervento statale nell'economia.
La rivoluzione industriale è decollata grazie alle tariffe fortemente protezionistiche istituite dal governo statunitense per mettere fuori gioco i prodotti inglesi. Lo stesso succede oggi. Non avremmo un'industria che produce con successo alta tecnologia se non avessimo enormi sussidi pubblici all'industria più avanzata, soprattutto tramite il Pentagono e la NASA. E ciò non ha nulla a che fare, neppure vagamente, con il "libero mercato". È un fatto che gli Stati Uniti sono stati, nella storia, il paese più protezionistico. Abbiamo tradizionalmente le più alte tariffe protezionistiche del mondo, tanto che un eminente storico dell'economia ci ha descritti recentemente in un libro, pubblicato niente meno che dalla University of Chicago Press, come «la madrepatria e il bastione del protezionismo moderno». Verso la fine dell'Ottocento le tariffe americane erano da cinque a dieci volte più alte delle sue. Quello fu per gli Stati Uniti il periodo di più rapida crescita economica della storia e si è andati avanti così fino a oggi. Se cento anni fa gli Stati Uniti sono riusciti a sviluppare l'industria dell'acciaio è stato perché hanno violato le regole del "libero mercato" e se un decennio fa l'industria dell'acciaio si è ripresa è stato grazie alle restrizioni all'importazione, alla distruzione del sindacato per abbassare i salari, alle tariffe imposte sull'acciaio proveniente dall'estero. I reaganiani parlavano con entusiasmo delle "dinamiche del mercato", ma poi non le hanno certo lasciate libere di agire, perché se lo avessero fatto in breve tempo gli Stati Uniti non avrebbero più avuto un'industria dell'auto, né una dei microchip o dei computer, perché sarebbero stati spazzati via dai giapponesi. Invece i reaganiani hanno chiuso il mercato americano e vi hanno profuso larghe somme dì denaro pubblico. Quando nel 1987 era ministro del Tesoro, James Baker proclamò con orgoglio che Ronald Reagan «ha protetto l'industria statunitense dalle importazioni più di qualsiasi suo predecessore negli ultimi cinquant'anni». Ma è stato fin troppo modesto, perché Reagan ha protetto l'industria statunitense più di tutti i suoi predecessori messi insieme.
Una ricerca inglese sulle cento principali imprese multinazionali ha rivelato che ognuna di queste ha beneficiato di quella che si chiama "politica industriale dello stato", ovvero interventi governativi nel paese di appartenenza. E almeno venti di queste sono state salvate dal collasso totale grazie all'intervento dello stato. Per esempio, all'inizio degli anni settanta la Lockheed stava andando a fondo e l'amministrazione Nixon l'ha salvata con i fondi pubblici. Così la Lockheed è ritornata a galla, e ci sta tuttora perché il denaro pubblico paga gli aerei militari C-130, il perfezionamento degli F-16, il progetto F-22 eccetera: niente che abbia a che fare con il "libero mercato".
Un sacco di gente vive nei sobborghi e tutti i giorni passa ore al volante della propria auto: succede perché negli anni cinquanta il governo americano ha distrutto il sistema dei trasporti pubblici per favorire l'espansione di un sistema di trasporti altamente inefficiente basato sulle automobili e sugli aerei. E questo solo per fare gli interessi della grande industria. È cominciato con un accordo tra le aziende che hanno rilevato e distrutto le linee tramviarie; poi hanno costruito con i soldi pubblici un sistema di grandi strade, incoraggiando così un'alternativa completamente inefficiente e pericolosa per l'ambiente. Questo ha fatto degli Stati Uniti un paese di sobborghi, così oggi abbiamo enormi centri commerciali nelle periferie e il degrado nei centri cittadini. Ma queste politiche sono state pianificate e non hanno niente a che fare con il "libero mercato".
L'esempio più eclatante che mi viene in mente di queste "distorsioni del mercato", mai stato affrontato in nessun corso di economia, riguarda il motivo per cui ha preso avvio la rivoluzione industriale negli Stati Uniti. Ricordiamo che la rivoluzione è cominciata nel settore tessile, principalmente nella produzione di cotone, anche perché il cotone costava poco. Il cotone era a buon mercato perché era stata sterminata la popolazione indigena ed erano stati introdotti gli schiavi. Genocidio e schiavitù: si può immaginare una "distorsione del mercato" più violenta di questa?
Anche altri paesi che avevano tra le loro risorse il cotone provarono ad avviare la loro rivoluzione industriale, ma non andarono lontano perché l'Inghilterra aveva le armi e li bloccò con la forza. L'Egitto, per esempio, aveva il cotone e aveva avviato la propria rivoluzione industriale intorno al 1820, circa all'epoca in cui l'avevano iniziata gli Stati Uniti. Ma la Gran Bretagna non tollerava concorrenti nel Mediterraneo orientale, così lo fermò con la forza. E quindi niente rivoluzione industriale in Egitto. In India, nel Bengala, successe la stessa cosa. Il Bengala è stato uno dei primi territori colonizzati dalla Gran Bretagna nel XVIII secolo, descritto dal colonizzatore Robert Clive come un vero paradiso. Dacca, diceva, è come Londra, e infatti era chiamata "la Manchester dell'India". Era ricca e popolosa, aveva cotone di alta qualità, agricoltura, industria avanzata e molte altre risorse. Il livello produttivo era paragonabile a quello inglese; sembrava proprio avviata verso un grande sviluppo. Guardiamo cosa è Dacca oggi: "la Manchester dell'India" è la capitale del Bangladesh, il simbolo del disastro totale. Questo perché gli inglesi hanno depredato e distrutto quel paese, esattamente come fanno oggi le "riforme strutturali", le politiche della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale che espongono il Terzo mondo alla penetrazione e al controllo stranieri.
L'India era nei fatti un vero concorrente della Gran Bretagna. Nel decennio che va dal 1820 al 1830, gli inglesi impararono dagli indiani tecniche avanzate per produrre acciaio e all'epoca delle guerre napoleoniche in India si costruivano navi per la flotta inglese. Gli indiani avevano un'industria tessile ben avviata e producevano più ferro di tutta l'Europa messa insieme. Ma gli inglesi deindustrializzarono il paese con la forza e lo ridussero a una povera società rurale.
Nel 1845, gli Stati Uniti hanno annesso il Texas e una della ragioni principali era che volevano assicurarsi il monopolio del cotone, il petrolio del xix secolo, che era il vero combustibile dell'economia industriale. Per questo motivo la leadership americana pensò che annettendo il Texas, che era il maggior produttore di cotone della zona, sarebbe stato possibile strangolare economicamente la Gran Bretagna, che all'epoca era considerata il peggior nemico. Gli americani odiavano gli inglesi: erano più potenti militarmente e avevano impedito agli Stati Uniti di conquistare il Canada e di impadronirsi di Cuba. Il solo motivo, infatti, per cui i coloni americani erano riusciti a sconfiggere l'Inghilterra durante la rivoluzione americana era stato il massiccio intervento dell'esercito francese che voleva rovesciare il dominio inglese. L'Inghilterra era dunque il vero nemico. Come dicevano i jacksoniani democratici, i presidenti Polk, Tyler e altri, se prendiamo il Texas mettiamo sotto i piedi l'Inghilterra e il commercio mondiale sarà nostro.
Oggi il petrolio è il centro dell'economia industriale. Il sistema del Pentagono ha tra i suoi scopi quello di garantire che il prezzo del petrolio si mantenga in un campo di variazione stabilito, non troppo basso poiché l'economia occidentale e le società petrolifere dipendono dai profitti derivanti dal petrolio, ma nemmeno troppo alto per evitare aumenti dei costi dei trasporti che interferirebbero con l' "efficienza" del commercio internazionale. Il commercio è "efficiente" solo perché il prezzo del petrolio viene mantenuto basso con la forza e la violenza. Quindi se si vuole davvero misurare l'"efficienza del commercio" bisogna tener conto di quanto costa mantenerlo efficiente, guardando per esempio quanto spende il Pentagono. Se qualcuno si prendesse il disturbo di calcolare queste spese, l'efficienza del commercio scenderebbe a livelli bassissimi; di fatto si tratta di totale inefficienza.
In questo periodo si sente sempre dire che la gente perde il lavoro e che negli ultimi venticinque anni i salari sono scesi a causa, come dice Ricardo, di «leggi ferree come la forza di gravità», che significa che le forze inesorabili del mercato, come l'automazione e l'efficienza del commercio internazionale, agiscono in questo senso. La giustificazione standard è: questa realtà è inevitabile perché è imposta dal mercato.
Se l'economia fosse una materia seria, dovrebbe studiare proprio queste cose. Ci sono sicuramente forze di mercato che agiscono, ma la verità è che sono marginali. Quando qualcuno parla di progresso dell'automazione o di "dinamiche del commercio" nel libero mercato che inevitabilmente espellono le persone dal lavoro e portano il mondo intero verso una polarizzazione della ricchezza degna del Terzo mondo, non dice una totale assurdità. Ma se si osservano bene i fattori che hanno creato questa situazione, allora l'idea diventa del tutto falsa, senza nessun rapporto con la realtà. Tuttavia, quando si studia economia all'interno delle istituzioni ideologiche, tutto ciò non ha rilevanza e non bisogna prenderlo in considerazione. Le informazioni sono sotto gli occhi di tutti, ma non è bene parlarne.

Dal libro "Capire Il Potere" - Noam Chomsky - 2002

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