mercoledì 3 novembre 2010

Noam Chomsky - La Guerra Del Golfo



Il periodo più interessante per analizzare il comportamento dei grandi mezzi di comunicazione riguardo alla guerra del Golfo non è quello delle sei settimane dei bombardamenti, dal 16 gennaio al 27 febbraio 1991, quando le limitazioni sui reportage erano naturalmente rigide e c'era una prevedibile ondata di patriottismo, ma quello compreso tra l'agosto 1990 e il gennaio 1991, quando bisognava decidere come rispondere all'invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein, il 2 agosto 1990.
La decisione di usare la violenza è sempre una faccenda molto seria. In una società democratica funzionante, cioè una società che non abbia solo le apparenze della democrazia, una decisione del genere dovrebbe essere presa dopo parecchie discussioni del problema e un'analisi delle alternative, dopo averne soppesato le conseguenze. Poi, dopo un adeguato dibattito pubblico, forse si potrà anche decidere di far ricorso alla violenza. Questo non è mai successo nel caso della guerra del Golfo, e non è mai successo per colpa dei media americani. La domanda fondamentale che ci si poneva in tutto il periodo prebellico era se gli Stati Uniti avrebbero usato i metodi pacifici che avevano a disposizione per una soluzione diplomatica, che in realtà sono richiesti dalla legislazione internazionale, trattando il ritiro iracheno dal Kuwait, o se invece avrebbero intralciato ogni possibilità di soluzione diplomatica, scendendo direttamente sul campo di battaglia. Non sappiamo se i metodi diplomatici fossero davvero praticabili in quel caso, ma non lo sappiamo per una ragione molto semplice: l'Iraq li mise sul tavolo, ma furono respinti, e respinti immediatamente, dall'amministrazione Bush già a metà agosto 1990, fino all'inizio dei bombardamenti a metà gennaio.
E i media che ruolo hanno recitato? Bisognava essere un vero divoratore di informazione per venire a sapere che l'Iraq aveva avanzato a metà agosto alcune proposte che avevano talmente spaventato il dipartimento di Stato che adesso temeva di essere costretto a «rifiutare la via diplomatica» (come scrisse il corrispondente del New York Times in un momento di distrazione). Questa sordina rimase in funzione fino all'inizio dei bombardamenti nel gennaio 1991. Sul tavolo della diplomazia c'erano delle offerte, non sappiamo quanto serie, di un ritiro iracheno nell'ambito di una conferenza sui temi della regione più altre cose che sembravano di sicuro trattabili, e in effetti furono considerate dagli esperti governativi americani sul Medio Oriente proposte "serie" e "negoziabili" Purtroppo non lo sapeva quasi nessuno.
Rifiutando qualsiasi dibattito e persino le informazioni che dovrebbero essere alla base di un sano processo decisionale sulla vera necessità di una guerra in una società democratica, i media hanno aperto la strada a quello che è diventato, prevedibilmente, un conflitto molto distruttivo e sanguinoso. La gente non vuole la guerra se non è assolutamente necessaria, però i media non hanno parlato delle possibili alternative, così siamo andati in guerra in maniera molto simile a una società totalitaria.
Prima e durante la guerra il governo Bush fu costretto a ficcare nella testa della gente un'immagine dell'Iraq come mostruosa superpotenza militare per suscitare un'isteria popolare sufficiente a far accettare quella politica. E anche stavolta i media fecero in pieno il loro dovere. L'Iraq era solo un indifeso paese del Terzo mondo, tanto debole da non essere riuscito a sconfiggere l'Iran postrivoluzionario in otto anni di guerra, dal 1980 al 1988, nonostante l'appoggio di Stati Uniti, Unione Sovietica, Europa intera, paesi arabi ricchi di petrolio, una fetta considerevole del potere mondiale. Eppure, con tutti questi alleati, l'Iraq non era stato in grado di sconfiggere l'Iran postrivoluzionario, che aveva decimato i propri ufficiali e non aveva più nemmeno un esercito. E d'un tratto era diventato la superpotenza che stava per conquistare il mondo? Solo un intellettuale occidentale indottrinato fino al midollo poteva accettare anche solo per un istante questa immagine: un paese indifeso del Terzo mondo che minaccia le due potenze militari più avanzate del pianeta, Stati Uniti e Gran Bretagna.
Durante la guerra del Golfo ho disdetto le conferenze in programma per accettare inviti a parlare nelle parti più reazionarie del paese, solo perché ero curioso di vedere cosa avrei trovato. Così sono andato in un posto della Georgia circondato da basi militari; a Leigh, in Pennsylvania, una città operaia molto sciovinista; nei paesini conservatori del Massachusetts, sugli Appalachi. Dovunque andassi la gente era pazza di terrore. Certe volte faticavo a crederci. Per esempio, c'è un college nella California settentrionale, Chico State, dove quelli come Reagan e Shultz, il segretario di stato di Reagan, mandano i loro figli perché non siano infettati dai "sinistrorsi" di Berkeley. Si trova nel bel mezzo di seicento chilometri di campi di mais o di quel che coltivano da quelle parti e quando arrivi atterri in un aeroporto che è grande la metà di una casa. Quando sono atterrato sono venuti a prendermi uno studente e un professore che dovevano essere i due radicali dell'ateneo. Mentre andavamo alla macchina ho notato che dovevamo fare parecchia strada a piedi perché l'aeroporto era tutto circondato dai nastri gialli della polizia. Così ho chiesto a quei due: «Cos'è successo? Stanno ristrutturando la pista d'atterraggio?». Sapete cosa mi hanno risposto? «No, è per proteggere l'aeroporto dai terroristi arabi». E io: «Terroristi arabi nella California del Nord?». Però loro ne erano convinti. E quando siamo arrivati in paese tutti andavano in giro in mimetica con un nastrino giallo, e dicevano: «Se arriva Saddam combatteremo fino all'ultimo uomo».
La gente ci credeva sul serio. Però devo aggiungere che in tutti questi paesi dove sono andato la propaganda era così fragile che appena iniziavo a discutere e facevo qualche battuta sulla situazione reale, il castello di carte crollava e alla fine della discussione ottenevo un'ovazione. I miei amici che sono andati a tenere conferenze in tutta la nazione in quel periodo hanno scoperto la medesima cosa. Era quella l'immagine dell'Iraq che i media fornivano a comando, e con l'aiuto della propaganda Bush ha potuto protrarre i bombardamenti per sei settimane e ammazzare qualche centinaio di migliaia di persone lasciando l'Iraq in macerie e facendo un grande sfoggio di forza e violenza.
Una settimana dopo la guerra, Saddam Hussein si è messo a massacrare la popolazione sciita nel Sud del paese e quella curda nel Nord. Cosa hanno fatto gli Stati Uniti? Sono rimasti a guardare. Anzi, i generali iracheni ribelli ci imploravano di lasciargli usare gli armamenti iracheni catturati per cercare di rovesciare Saddam, ma abbiamo rifiutato. L'Arabia Saudita, il nostro principale alleato nella regione, si è rivolta a noi con un piano di appoggio ai generali ribelli che volevano rovesciare Saddam dopo la guerra, ma l'amministrazione Bush l'ha bloccato ed è stato abbandonato immediatamente.
Del resto la decisione americana di lasciare Saddam Hussein al potere dopo la guerra del Golfo non era un mistero per nessuno. La ragione l'ha spiegata al New York Times un portavoce del dipartimento di Stato, Thomas Friedman, sostenendo che era necessario che Saddam conservasse il controllo dell'Iraq per mantenere quella che definiscono "stabilità". «Il migliore dei mondi possibili», disse, sarebbe «una giunta irachena dal pugno di ferro» che governi l'Iraq come Saddam, con l'approvazione di Turchia e Arabia Saudita, e ovviamente di chi comanda a Washington. Ma visto che non si poteva avere «il migliore dei mondi possibili», bisognava accontentarsi di una seconda scelta, cioè Saddam Hussein in persona, perché governasse l'Iraq con il «pugno di ferro», tanto per usare le parole di Friedman.
Quindi gli Stati Uniti non hanno fatto nulla per impedire a Saddam di massacrare i ribelli sciiti mentre le nostre truppe si trovavano in tutta la regione, né poi quando Saddam ha proseguito attaccando le popolazioni della zona del delta e così via. L'unico motivo per cui sono state innalzate barriere alla sua aggressione ai curdi su al Nord è stato il forte grido di protesta in Occidente, dove la gente vedeva i militari massacrare una popolazione che in questo caso aveva gli occhi azzurri e tratti europei. È razzismo puro e semplice che una reazione del genere non ci sia mai stata quando Saddam ha aggredito gli sciiti.
Saddam Hussein è rimasto al potere dopo la guerra, e di nuovo con l'appoggio di Bush, come prima. Nel frattempo la vera vittima dei bombardamenti e dell'embargo imposto dagli Stati Uniti era la popolazione irachena. Sono morte letteralmente centinaia di migliaia di bambini in Iraq dalla fine della guerra, come risultato dell'insistenza degli americani a mantenere le sanzioni, e ormai Stati Uniti e Gran Bretagna erano rimasti soli al Consiglio di sicurezza dell'ONU a spingere perché non fossero tolte le sanzioni contro l'Iraq, anche se ormai sono state soddisfatte le condizioni formali poste dalle Nazioni Unite.
Inoltre sono quasi tutti d'accordo nel sostenere che il potere di Saddam non fosse stato indebolito da tutta questa vicenda, anzi, ne fosse uscito rafforzato. Per esempio, usci' un articolo su Foreign Affairs, la più importante rivista di politica estera, che ricordava come Saddam potesse fare appello al nazionalismo della popolazione irachena per rinsaldare il suo potere, mentre le sanzioni avevano trasformato quello che prima era un paese relativamente ricco in uno povero in canna, con più di un milione di persone che morivano di malattie e denutrizione.
Un buon punto da cui cominciare se si vuole sapere che cosa ha significato un evento è vedere quali cambiamenti ha prodotto. Soprattutto nel caso di una guerra pianificata in anticipo il cui esito non è mai stato in dubbio, credo ci siano fondati motivi per ritenere che il risultato finale corrisponda allo scopo iniziale. Allora, quali cambiamenti ha portato la guerra del Golfo? L'unico grosso evento del dopoguerra è stato la Conferenza di Madrid sul Medio Oriente organizzata dagli Stati Uniti, nell'ottobre 1991, con la quale si è avviato il cosiddetto "processo di pace" culminato con la firma da parte di Israele e dell'OLP degli accordi di Oslo nel 1994. E con questo gli Stati Uniti e Israele hanno vinto la loro ventennale campagna di rifiuto del diritto dei palestinesi a un loro stato. I palestinesi sono stati praticamente azzerati. Non serve nemmeno il senno di poi per capirlo, era assolutamente ovvio già all'epoca della guerra del Golfo che sarebbe successo. Io scrissi un articolo su Z Magazine in cui dicevo: adesso che la guerra del Golfo è finita gli Stati Uniti cercheranno di imporre a forza il loro programma di rifiuto di una soluzione della questione palestinese. Ed è andata esattamente così.
Guardiamo cos'è successo. L'ultima delle votazioni annuali dell'ONU sui palestinesi si tenne nel dicembre 1990 con il risultato di sempre: 144 a 2, Stati Uniti e Israele soli contro il resto del mondo nel rifiuto di qualsiasi tipo di riconoscimento dei diritti dei palestinesi a uno stato. Poi sono arrivati i bombardamenti americani in Iraq, nel gennaio 1991. Dopo la guerra gli USA hanno organizzato la Conferenza di Madrid, dopodiché le Nazioni Unite non hanno più votato sulla questione palestinese. La Conferenza di Madrid è stata gestita in toto dagli Stati Uniti, basata esclusivamente su programmi americani, senza una briciola per i palestinesi. Il programma prevedeva che Israele prendesse quel che gli pareva dei territori occupati; i rapporti tra Israele e le monarchie petrolifere della regione satelliti degli USA, come Arabia Saudita, Oman e Qatar (sempre esistiti, anche se ufficialmente erano in guerra), adesso potevano uscire alla luce del sole; e intanto i palestinesi si prendevano le sberle, non ottenevano nulla. È stato questo il grosso risultato della guerra del Golfo: ha intimidito tutti, è stata una grande dimostrazione di forza che ha confermato che gli Stati Uniti sono disposti a usare la violenza per averla vinta quando lo ritengono opportuno, adesso che l'Unione Sovietica è uscita di scena. Non c'era più spazio per l'indipendenza e il "non allineamento" dei paesi del Terzo mondo. Il quale Terzo mondo era appena stato devastato dalla grande crisi del capitalismo che aveva sconvolto il pianeta negli anni ottanta. Il nazionalismo arabo aveva ricevuto un altro brutto colpo con l'aggressione di Saddam e con le tattiche inette messe in atto dall'OLP, perciò i governanti arabi avevano sempre meno bisogno di accontentare le spinte popolari con qualche gesto a favore dei palestinesi. Allora, dopo tutto ciò, gli Stati Uniti non avevano più bisogno di sabotare ogni iniziativa diplomatica in Medio Oriente come avevano fatto nei vent'anni precedenti. Adesso potevamo usare la forza. La guerra del Golfo ne è stata la prima dimostrazione.
Alla fine l'Europa ha fatto marcia indietro sulla questione dello stato palestinese, non avanzava più proposte al riguardo. Anzi, è stato abbastanza istruttivo che persino la Norvegia abbia accettato di fungere da intermediario nel 1993 e di spalleggiare il rifiuto americano e israeliano nel corso degli accordi di Oslo. Un paio d'anni prima si sarebbe comportata diversamente. La guerra del Golfo ha significato soprattutto questo. Non era la paura di perdere il petrolio. Dopo la guerra del Golfo gli Stati Uniti si sono trovati nella posizione ideale per imporre a forza il loro programma di rifiuto estendendo con tutti i crismi la dottrina Monroe al Medio Oriente, la dottrina Monroe fu proclamata nel 1823 e sanciva che l'America Latina era dominio esclusivo degli Stati Uniti, precluso alle potenze coloniali europee. Era la nostra maniera di affermare che quello era il nostro territorio, e che lì facevamo quel che ci pareva. Come infatti ha detto George Bush: «Vale quello che diciamo noi». Adesso il mondo l'ha capito, e la guerra del Golfo ha aiutato a capirlo.
 
Dal libro "Capire Il Potere" - Noam Chomsky - 2002

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