giovedì 18 novembre 2010

Noam Chomsky - Gli Intellettuali Onesti



Anni fa, nel 1984, ci fu un libro che divenne un best seller ristampato una decina di volte, scritto da una donna che si chiamava Joan Peters o da qualcuno che si firmava con quel nome. Si intitolava "From Time Immemorial" ed era un librone pieno di note che si proponeva di dimostrare che i palestinesi sono tutti immigrati recenti, durante l'epoca del mandato britannico, tra il 1920 e il 1948, nella zona dell'antica Palestina in cui si erano insediati gli ebrei. Il libro divenne molto popolare ed ebbe centinaia di recensioni entusiastiche e nessuna stroncatura: dal Washingon Post al New York Times, tutti erano entusiasti di quel libro che voleva provare che i palestinesi non esistono. Ovviamente il messaggio implicito era: se gli israeliani li cacciano via non c'è nessun problema morale, visto che si tratta di persone immigrate lì dopo che gli ebrei avevano costruito il loro paese. A sostegno di questa tesi c'erano molte analisi demografiche approvate da un noto professore di demografia dell'università di Chicago, Philip M. Hauser. Anche tra gli intellettuali il libro riscosse un inusitato successo: Saul Bellow, Barbara Tuchman, tutti ne parlavano come della cosa migliore dopo la torta al cioccolato.
Uno studente laureato di Princeton, un tale di nome Norman Finkelstein, che si interessava di storia del sionismo, lesse il libro e rimase molto sorpreso da alcune cose. Poiché era uno studente molto preciso, cominciò a cercare riscontri e si rese conto che si trattava di una colossale mistificazione, probabilmente costruita dai servizi segreti o da qualcosa di simile. Finkelstein scrisse una ventina di pagine in cui elencava le sue prime scoperte e le inviò a circa trenta persone interessate all'argomento, chiedendo loro: «Ecco che cosa ho trovato in questo libro. Crede che valga la pena continuare?».
Finkelstein ricevette una sola risposta, la mia, nella quale gli dicevo che il suo lavoro mi sembrava molto interessante, ma che se avesse proseguito si sarebbe trovato nei guai perché avrebbe denunciato la comunità intellettuale americana come una banda di falsari, cosa che non gli avrebbero perdonato. E concludevo: se vuoi andare avanti vai, ma stai attento. Si trattava di un argomento delicato: le giustificazioni morali che permettono di cacciare una popolazione da un territorio preparano il terreno ad autentici orrori e mettono in gioco la vita di tante persone. Ma anche la sua vita era in gioco, perché se avesse continuato su quella strada la sua carriera sarebbe finita. Non mi diede retta e diventammo amici. Finkelstein andò avanti, scrisse un articolo e lo inviò a varie riviste che neppure gli risposero. Alla fine riuscii a far pubblicare un estratto del suo articolo da In These Times, una rivistina di sinistra che si pubblicava nell'Illinois. Nel frattempo i suoi professori di Princeton, che passa per un luogo serio, smisero di parlargli: non accettavano appuntamenti, rifiutavano di leggere quello che scriveva, finché lui non decise di andarsene.
Finkelstein era disperato e mi chiese cosa fare. Gli suggerii di rimanere a Princeton ma in un altro dipartimento dove conoscevo persone che lo avrebbero trattato meglio. Ma fu un suggerimento sbagliato. Lui infatti cambiò dipartimento, ma non trovò nessuno disposto a discutere la sua tesi. Alla fine per uscire da quella situazione imbarazzante gli concessero il dottorato ma non la lettera di referenze dell'università di Princeton. In genere si scrivono lettere anche per studenti dei quali è difficile trovare qualcosa di buono da dire; ma lo si fa, sono cose che si fanno. Lui era bravo, ma non ebbe neanche una lettera. Adesso vive in un piccolo appartamento a New York e lavora part-time come assistente sociale con i ragazzi disadattati. Uno studioso molto promettente che avrebbe potuto insegnare in qualche importante università lavora part-time per un paio di migliaia di dollari all'anno.
Ma permettetemi di continuare con la storia di Joan Peters. Finkelstein è un testardo: passò un'intera estate nella biblioteca pubblica di New York a controllare ogni dettaglio del libro, scoprendo una tale quantità di menzogne che non la si può nemmeno immaginare. E poiché la comunità intellettuale di New York è una cerchia molto ristretta, non ci volle molto perché tutti sapessero che il libro era una mistificazione e che prima o poi sarebbe stato smascherato. Il solo giornale che ebbe la prontezza di reagire con intelligenza fu la New York Review of Books: il direttore sapeva che la faccenda era vergognosa ma non volendo offendere i suoi amici si limitò a non pubblicare recensioni del libro. E fu l'unico giornale a non farlo.
Frattanto, un noto professore aveva detto a Finkelstein: «Lascia perdere la tua crociata. Smetti e ti assicuro che avrai un ottimo lavoro». Ma lui andò avanti. Ogni volta che compariva una recensione favorevole, lui scriveva una lettera che non veniva pubblicata. Contattavamo i direttori, chiedevamo se l'avrebbero pubblicata, e loro dicevano di no. D'altra parte, perché mai avrebbero dovuto pubblicarla? Tutto il sistema era d'accordo e non ci sarebbe mai stata una parola contraria a quel libro in tutti gli Stati Uniti. Alla fine, però, commisero un errore: lo fecero pubblicare in Inghilterra, dove la comunità intellettuale non è così facilmente controllabile. Non appena seppi che il libro stava per uscire in Inghilterra, mandai subito una copia del lavoro di Finkelstein ad alcuni studiosi e ad alcuni giornali che si interessavano del Medio Oriente, e quando il libro uscì venne immediatamente demolito. Tutti i principali giornali, il Times Literary Supplement, la London Review, l'Observer, furono concordi nel liquidarlo come un'idiozia. Molti critici usarono il lavoro di Finkelstein senza citare direttamente l'autore, e le parole più gentili che usarono furono "assurdo" o "ridicolo".
La comunità intellettuale nostrana legge abitualmente le riviste inglesi, e quando apparvero le stroncature al libro tanto osannato in patria furono accolte con un certo imbarazzo. Cominciarono così le prime retromarce, alcuni tentarono giustificazioni del tipo: «Non ho mai detto che si tratta di un buon libro, ma solo che l'argomento è interessante». A quel punto entrò in azione la New York Review nel modo che le è tipico in circostanze come queste: quando un libro che da noi funziona viene stroncato in Inghilterra, o al contrario quando uno viene elogiato, bisogna reagire. Se poi si tratta di un testo che riguarda Israele, la reazione standard è farlo recensire da uno studioso israeliano. Questo si chiama "pararsi il culo": qualsiasi cosa dica un israeliano va bene, visto che nessuno potrà accusare la rivista di antisemitismo.
Le recensioni israeliane furono molto critiche: speravano che il libro non circolasse troppo perché lo consideravano un'arma a doppio taglio che poteva danneggiare gli ebrei. Prima o poi sarebbe stato chiaro che si trattava di una mistificazione, e si sarebbe ritorta contro Israele. Ma sottovalutavano la comunità intellettuale americana. Gli intellettuali americani a quel punto avevano capito che il libro era una fonte di imbarazzo, e non ne fecero più parola. A tutt'oggi lo si trova negli espositori degli aeroporti o in luoghi simili, ma chi è nel giro sa che non ne deve più parlare, perché il libro è screditato.
Quello che è successo a Finkelstein è ciò che succede agli intellettuali onesti, e potrei fare un lungo elenco di casi come questo.

Dal libro "Capire Il Potere" - Noam Chomsky - 2002

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