venerdì 22 ottobre 2010

Noam Chomsky - L'Impero Degli Stati Uniti




Esiste una tradizione geopolitica americana che considera gli Stati Uniti come una potenza insulare al largo del continente europeo; è una versione ampliata della geopolitica britannica, per cui la Gran Bretagna sarebbe una potenza insulare al largo dell'Europa continentale. Durante tutta la sua storia moderna, la Gran Bretagna ha sempre cercato di impedire l'unificazione europea poiché, essendo appunto una potenza insulare al largo dell'Europa, se gli europei si unissero sarebbe un bel guaio per gli inglesi. Gli Stati Uniti mantengono lo stesso atteggiamento nei confronti dell'Eurasia: dobbiamo impedire che si unifichi, perché se ciò dovesse avvenire diventeremmo una potenza di seconda categoria; seguiteremmo ad avere il nostro piccolo impero, se vogliamo chiamarlo così, ma sarebbe una cosa di seconda classe. E quando dico "Stati Uniti" intendo dire i grandi interessi degli Stati Uniti, i capitali che hanno la loro base negli Stati Uniti.
Un grande scandalo del sistema americano è che il livello economico generale da noi sia così basso. In rapporto al resto del mondo, per esempio, in termini di mortalità infantile, di durata media della vita o di altri criteri del genere, non siamo messi troppo bene: gli Stati Uniti non figurano certo ai primi posti. Credo per esempio che per quanto riguarda la mortalità infantile, fra le venti maggiori potenze industriali noi figuriamo al ventesimo posto. Riguardo al livello sanitario siamo all'incirca alla pari con Cuba, che è un paese povero del Terzo mondo. Questi sono veri e propri scandali: in media la popolazione degli Stati Uniti dovrebbe godere di condizioni di vita di gran lunga migliori di quelle di qualsiasi altro paese al mondo. Nessun'altra potenza industriale possiede risorse paragonabili alle nostre. Abbiamo una popolazione "istruita", nel senso che l'istruzione elementare è abbastanza diffusa. Abbiamo una popolazione che è anche relativamente uniforme: dovunque la gente parla inglese, e quest'uniformità non si trova in molte regioni del mondo. Possediamo un'enorme potenza militare. Attorno a noi non abbiamo nemici. Pochissime grandi potenze nella storia hanno goduto di una simile situazione. Per cui possediamo incomparabili vantaggi economici, e nonostante questo il nostro sistema economico non li ha sfruttati a beneficio della popolazione. Ma i vantaggi li abbiamo, e seguiteremo ad averli.

Guardiamo invece al Giappone: le grandi società, i grandi investitori giapponesi riescono a mettere insieme immensi capitali, ma il paese non possiede risorse; non vi sono fonti energetiche, non vi sono materie prime, la produzione agricola non è sufficiente. Mentre noi abbiamo tutto questo, e la cosa fa una bella differenza. In realtà, gli strateghi americani, alla fine degli anni quaranta, erano ben consapevoli di questa differenza quando in un certo senso organizzarono il mondo postbellico; per cui, mentre aiutavano il Giappone a ricrearsi un'industria, fecero anche in modo di mantenere il controllo delle sue risorse energetiche: ai giapponesi non fu consentito di dotarsi di una propria industria petrolchimica, o anche solo di accedere autonomamente alle fonti petrolifere. La ragione è spiegata in un documento governativo reso pubblico solo di recente, in cui George Kennan, funzionario e diplomatico del dipartimento di Stato, uno dei principali pianificatori del mondo del dopoguerra, faceva rilevare che, controllando le risorse energetiche del Giappone, avremmo avuto nei confronti dei giapponesi una specie di diritto di veto: violate i limiti che vi sono stati imposti e noi vi soffochiamo tagliandovi i rifornimenti energetici. Oggi non sappiamo se questo piano funzioni ancora, perché il mondo sta cambiando in modo imprevedibile. Ma per il momento gli Stati Uniti hanno ancora un potere schiacciante negli affari mondiali, ed è per questo che possiamo andare impuniti per tante cose di cui ci rendiamo colpevoli.
Ricordate, noi siamo la potenza globale, e perciò dobbiamo assicurarci che le varie parti del mondo seguitino a svolgere le funzioni loro assegnate in seno al nostro sistema globale. E le funzioni assegnate ai paesi del Terzo mondo sono quelle di mercati per le esportazioni americane e di fonti di risorse e materie prime per l'industria americana, di manodopera a buon mercato per le imprese americane e così via. Non che sia un gran segreto: i nostri giornali non lo dicono mai, gli studiosi non lo dicono, ma basta leggere i documenti declassificati e tutto questo è spiegato in forma molto chiara ed esplicita. I documenti interni statunitensi risalgono fino ad anni remoti, ma ci trovate sempre le stesse cose, ripetute più e più volte. Ecco una citazione quasi testuale: il principale impegno internazionale degli Stati Uniti nel Terzo mondo deve essere quello di impedire la nascita e il rafforzamento di regimi nazionalisti sensibili alle pressioni delle masse che vogliono miglioramenti delle loro condizioni di vita e una diversificazione della produzione; e la ragione è che dobbiamo mantenere condizioni favorevoli agli investimenti, che garantiscano un adeguato rientro di profitti nei paesi occidentali. Sono cose che si ripetono anno dopo anno nei documenti di pianificazione ad altissimo livello, come le relazioni del Consiglio di sicurezza nazionale sull'America Latina; ed è esattamente quello che facciamo in tutto il mondo.
I nazionalismi cui ci opponiamo non devono essere necessariamente di sinistra: siamo altrettanto contrari ai nazionalismi di destra. Quando si verifica un golpe militare di destra che cerca di avviare un paese del Terzo mondo sulla strada di una politica di sviluppo indipendente, gli Stati Uniti cercano di distruggere quel governo: ci siamo opposti, per esempio, a Perón in Argentina. Per cui, diversamente da quello che vi sentite sempre dire, l'interventismo USA non ha affatto lo scopo di contenere l'espansione del "comunismo". Quella cui ci siamo sempre opposti è l'indipendenza, e per un'ottima ragione. Se un paese comincia a occuparsi troppo delle necessità della propria popolazione, non dedicherà più la dovuta attenzione alle imprescindibili esigenze degli investitori statunitensi. Ebbene, queste sono priorità inaccettabili, e quindi quel governo deve semplicemente andarsene.
Gli effetti di tale impegno in tutto il Terzo mondo sono drammaticamente evidenti: basta pensarci un momento per rendersi conto che le zone maggiormente sottoposte al controllo degli Stati Uniti sono fra le più orribili del mondo. Perché, per esempio, l'America centrale deve essere una simile galleria degli orrori? Se un contadino guatemalteco un giorno si svegliasse in Polonia [all'epoca occupata dai sovietici] penserebbe, al paragone, di trovarsi in paradiso. E il Guatemala è una terra su cui la nostra influenza si esercita da un secolo. Oppure guardate al Brasile, un paese potenzialmente ricchissimo, con un'enorme quantità di materie prime e di risorse d'ogni genere. Ma gli è toccata la malasorte di entrare a far parte del sistema di subordinazione occidentale. Il Nord-est del paese, per esempio, che è una zona fertile, con molta terra ricca, è completamente coperto dalle grandi piantagioni. Gruppi di ricercatori specializzati brasiliani stanno attualmente studiando la popolazione di quella regione come fosse quasi una nuova specie, il cui cervello ha un volume pari al 40 percento di quello di un uomo normale, a causa del succedersi di generazioni malnutrite e totalmente trascurate.
La cosa potrebbe essere irrimediabile, se non dopo varie generazioni, a causa della permanenza degli effetti deleteri della malnutrizione sulla prole. Ecco un buon esempio dei risultati del nostro impegno, e lo stesso tipo di sviluppi si ritrova in tutte le ex colonie delle potenze occidentali. Se considerate i paesi del mondo che possono definirsi sviluppati, basta un'osservazione superficiale per constatare un semplice fatto di cui negli Stati Uniti nessuno parla mai: i paesi che si sono sviluppati economicamente sono quelli che non hanno conosciuto la colonizzazione occidentale; ogni paese colonizzato dall'Occidente è un disastro. Il Giappone è stato l'unico paese che abbia saputo resistere alla colonizzazione occidentale, ed è la sola parte del cosiddetto Terzo mondo che si sia sviluppata. L'Europa, a suo tempo, conquistò tutto tranne il Giappone, e il Giappone si è sviluppato. Coloro che si occupano di storia africana hanno osservato che il Giappone, quando diede il via al suo processo di industrializzazione, dopo il 1870, si trovava allo stesso livello del regno Ashanti, nell'Africa occidentale, in fatto di risorse disponibili, grado di formazione dello stato, sviluppo tecnologico eccetera. Ebbene, paragonate le due aree oggi. Vero che fra loro esistevano numerose differenze storiche, ma la più importante era che il Giappone non è mai stato sottomesso dall'Occidente e il regno Ashanti sì, da parte degli inglesi. Ecco perché oggi, economicamente, l'Africa occidentale è l'Africa occidentale e il Giappone è il Giappone.
Tra parentesi, il Giappone ha avuto anch'esso un sistema coloniale, ma le sue colonie si sono sviluppate, perché il Giappone non le ha trattate nel modo in cui le potenze occidentali hanno trattato le proprie. I giapponesi erano colonizzatori brutali, intendiamoci, non erano certo dei bravi ragazzi, ma ciò nonostante sono riusciti a far crescere economicamente le loro colonie, mentre quelle dell'Occidente sono state soltanto depredate. Se considerate il tasso di crescita di Taiwan e della Corea durante il periodo della colonizzazione giapponese, scoprite che era approssimativamente uguale a quello dello stesso Giappone: a Taiwan e in Corea si impiantarono industrie, si svilupparono infrastnitture, il livello di istruzione si elevò, aumentò la produzione agricola. Infatti, già negli anni trenta, Formosa (oggi Taiwan) era uno dei maggiori centri commerciali di tutta l'Asia. Ebbene, paragonate Taiwan alle Filippine, che erano una colonia americana proprio accanto a Taiwan: le Filippine al confronto sono un caso disperato, al pari di tanti paesi latinoamericani. Anche questo ci dice qualcosa.
Con la Seconda guerra mondiale, il sistema coloniale del Giappone andò in pezzi. Ma negli anni sessanta la Corea e l'isola di Taiwan avevano già ripreso il precedente tasso di sviluppo, perché nel dopoguerra erano riuscite a seguire il modello di sviluppo giapponese: chiusura allo sfruttamento da parte degli stranieri, sistema sociale abbastanza egualitario secondo gli standard internazionali, vaste risorse finanziarie dedicate all'istruzione e alla sanità pubblica. Ecco dunque un modello di sviluppo efficace. Intendiamoci, questi paesi asiatici non sono il meglio che si possa immaginare, e io personalmente non li sopporto: c'è un fortissimo autoritarismo, non parliamo del ruolo della donna, e vi sono tante altre cose sgradevoli. Ma sono stati capaci di mettere in atto, per lo sviluppo economico, misure che hanno avuto successo: lo stato coordina la politica industriale, l'esportazione di capitali è rigidamente contenuta, il volume delle importazioni è mantenuto basso. Questo è precisamente il tipo di politica che è impossibile praticare in America Latina, in quanto gli Stati Uniti ingiungono a quei governi di mantenere le loro economie aperte ai mercati internazionali, cosicché i capitali locali non fanno altro che emigrare nei paesi occidentali. Questo problema non esiste nella Corea del Sud: lì per l'esportazione di capitali c'è la pena di morte, il che risolve decisamente il problema.
Sta di fatto che il modello di sviluppo giapponese funziona. Tutti i paesi che si sono sviluppati lo hanno fatto in questo modo: imponendo alti livelli di protezionismo e sottraendo l'economia alle leggi del libero mercato. Esattamente quello che le potenze occidentali, fino a oggi, hanno impedito di fare al resto del Terzo mondo.
Qui da noi la popolazione in genere non ha molto da guadagnare a mantenere il nostro sistema imperiale, e forse non ne guadagna assolutamente nulla. Se si guarda alla storia dei sistemi imperiali, non è certo, in ultima analisi, che siano stati imprese redditizie. Sembra che i costi per mantenere l'impero britannico fossero pari ai profitti che ne venivano tratti. Probabilmente qualcosa di analogo è vero anche per il nostro sistema imperiale. Prendiamo l'America centrale: dal controllo che esercitiamo su di essa ricaviamo profitti, ma è dubbio che ripaghino i probabili dieci miliardi di dollari annui, in tasse pagate dai contribuenti, necessari per mantenere il nostro dominio su quella zona del mondo.
L'impero è come ogni altro aspetto della politica sociale: un modo in cui i poveri pagano i ricchi che vivono nella nostra società. E se l'impero è solo un'altra forma di politica sociale con cui i poveri pagano sussidi ai ricchi, ciò significa che con una pianificazione sociale democratica ci sarebbero ben pochi incentivi per mantenerlo, lasciando in disparte le ovvie considerazioni morali che allora diventerebbero un fattore determinante.

Dal libro "Capire Il Potere" - Noam Chomsky - 2002

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