martedì 26 ottobre 2010

Noam Chomsky - L'Economia Di Guerra Permanente



Negli Stati Uniti è difficile trovare un elemento dell'industria ad alta tecnologia che non sia legato al sistema del Pentagono, che comprende la NASA ed il dipartimento dell'Energia che produce armi nucleari. In realtà, il Pentagono esiste sostanzialmente per questo e per lo stesso motivo il suo budget resta praticamente immutato. Il bilancio del Pentagono oggi è più alto, in valore reale, di quanto fosse sotto Nixon e che quando, in anni recenti, è diminuito, ha avuto l'effetto, come suol dirsi, di "danneggiare l'economia".
In realtà, se ricordiamo le discussioni sorte alla fine degli anni quaranta, quando si iniziò a costruire il sistema del Pentagono, scopriremo che erano molto rivelatrici. Quell'intero sviluppo va considerato sullo sfondo di ciò che era appena successo. Negli anni trenta c'era stata in tutto il mondo una mostruosa depressione e a quel punto tutti capirono che il capitalismo era morto. Qualunque residua fiducia la gente avesse nei suoi confronti, e già prima non era molta, a quel punto era sparita, perché l'intero sistema capitalistico era appena collassato: non c'era alcun modo di salvarlo così com'era. Ogni paese ricco escogitò più o meno lo stesso sistema per venirne fuori. Lo fecero indipendentemente l'uno dall'altro, ma fecero ricorso più o meno allo stesso metodo: la spesa statale, qualche tipo di spesa pubblica, quello che viene chiamato "stimolo keynesiano".
Fu questo a far uscire alla fine i paesi dalla depressione. Nei paesi fascisti funzionò benissimo: ne uscirono molto velocemente. In realtà tutti i paesi diventarono un po' fascisti; per "fascismo" non intendo le camere a gas: mi riferisco a una particolare forma di assetto economico che vede lo stato coordinare i sindacati e le aziende, assegnando un ruolo importante alle grandi imprese.
Negli Stati Uniti il fascismo prese dapprima la forma del New Deal, i programmi legislativi varati negli anni trenta per combattere la depressione. Ma il New Deal era troppo limitato e non sortì in realtà un grande effetto: nel 1939 la depressione restava ancora più o meno ai livelli del 1932. Scoppiò allora la Seconda guerra mondiale e a quel punto diventammo veramente fascisti: avevamo una società sostanzialmente totalitaria, con un'economia dirigistica, controllo dei prezzi e dei salari, assegnazione delle materie prime, tutto diretto da Washington. Le persone che gestivano tutto questo erano per lo più dirigenti d'azienda, convocati nella capitale per guidare l'economia durante lo sforzo bellico. Così, durante la guerra, l'economia statunitense prosperò, la produzione industriale giunse quasi a quadruplicarsi e uscimmo finalmente dalla depressione.
Poi la guerra finì. Tutti pensavano che saremmo ripiombati nella depressione, perché non c'era stato alcun cambiamento sostanziale; l'unico cambiamento era stato il lungo periodo di stimolo dell'economia da parte del governo durante la guerra. Perciò la domanda era: e adesso che succede? Be', ci fu effettivamente un'impennata della domanda dei consumatori: moltissimi si erano arricchiti e volevano comprare frigoriferi e altre merci. Intorno al 1947-48, però, la domanda iniziò a calare e sembrò che fossimo sul punto di ripiombare nella recessione. Se leggiamo quanto scrivevano allora economisti come Paul Samuelson e altri sulla stampa economico-finanziaria, vediamo che in quel momento sostenevano che l'industria avanzata, l'industria ad alta tecnologia, «non può sopravvivere in un'economia della libera impresa competitiva e non sovvenzionata». Essi immaginavano che fossimo destinati a tornare nella depressione, ma ormai conoscevano la risposta: gli incentivi statali. E all'epoca avevano perfino una teoria a sostegno di quella tesi, elaborata da Keynes: prima di allora avevano solo seguito il loro istinto.
Perciò c'era allora negli Stati Uniti un consenso generalizzato tra le aziende e i grandi strateghi sul fatto che il governo doveva incanalare una grande quantità di fondi pubblici nell'economia; ci si chiedeva solo come farlo. Non ci fu un vero e proprio dibattito, perché l'accordo era già raggiunto prima ancora di iniziare, ma almeno fu posta la domanda: il governo deve preferire le spese militari o quelle sociali? Si chiarì immediatamente che le spese del governo dovevano indirizzarsi al settore militare. Le ragioni non riguardavano l'efficienza economica. Si trattava di pure e semplici ragioni di potere, come quelle che ho ricordato: le spese militari non ridistribuiscono il benessere, non promuovono la democrazia, non creano un elettorato popolare né incoraggiano la gente a inserirsi nei processi decisionali. Sono un regalo ai dirigenti d'azienda. Sono una rete di protezione per le decisioni manageriali: «Qualunque cosa tu faccia, qui c'è un cuscino per te».
L'opinione pubblica non doveva venirlo a sapere. Il primo segretario dell'Aeronautica, Stuart Symington, lo spiegò molto chiaramente già nel 1948, quando disse: «Non dobbiamo usare la parola "sovvenzioni": la parola da usare è "sicurezza"». In altre parole, se volete assicurarvi che il governo finanzi l'industria elettronica, quella aeronautica, i computer, la metallurgia, la produzione di macchine utensili, la chimica e tutto il resto, e non volete che i cittadini tentino di dire la loro in tutto ciò, dovete addurre il pretesto di continue minacce alla sicurezza: minacce che possono essere costituite dalla Russia, dalla Libia, da Grenada, da Cuba o da qualunque altro paese.
Il sistema del Pentagono serve soprattutto a questo: è un sistema che assicura una particolare forma di dominio e di controllo. Ha funzionato ai fini per i quali era stato progettato: non per offrire alla gente una vita migliore, ma per "garantire un'economia in salute" nel senso comune dell'espressione, cioè per assicurare profitti alle imprese. Ed è proprio quello che fa, con grande efficacia. Perciò, vedete, gli Stati Uniti si giocano molto nella corsa agli armamenti: serve al controllo interno, al controllo dell'impero, a tenere in funzione l'economia. Sarà molto difficile riuscire a superare questo ostacolo; penso che sia una delle cose più difficili da cambiare per un movimento popolare, perché cambiando l'impegno del sistema del Pentagono si influenzerà l'intera economia e il suo modo di funzionare.
In effetti ho sostenuto per anni, con i miei amici fautori della necessità di "convertire" l'economia dalla produzione militare alle spese sociali, che dicevano cose prive di senso. Non c'è bisogno di dire al mondo degli affari: «Con i soldi che spendiamo per tutti questi aviogetti potremmo costruire tutte queste scuole; non è mostruoso costruire gli aerei?». Non dovete convincere di questo il capo della General Motors: lo sapeva quarant'anni prima che qualcuno cominciasse a parlare di "conversione", e proprio per questo ha voluto gli aeroplani. Non ha senso spiegare a chi ha il potere che la "conversione" sarebbe meglio per il mondo. Certo che sarebbe meglio. Ma a loro cosa importa? Lo sapevano già molto tempo fa, e proprio per questo hanno imboccato la direzione opposta. Vedete, questo sistema è stato progettato, dopo lunghe riflessioni di persone consapevoli e intelligenti, per il particolare scopo al quale serve. Perciò qualunque tipo di "conversione" dovrà necessariamente far parte di una ristrutturazione completa della società, tesa a scalzare il controllo centralizzato.
C'e' bisogno di un'alternativa; non basta limitarsi a tagliare il budget del Pentagono, perché così si otterrebbe solo il collasso dell'economia che dal Pentagono dipende. Deve accadere qualcos'altro se non si vuole tornare all'età della pietra. Si dovrà perciò creare in primo luogo una cultura e una struttura istituzionale in cui i fondi pubblici possano essere usati per soddisfare i bisogni sociali, le esigenze umane. E' questo l'errore compiuto da molti fautori della "conversione": si limitano a constatare un fatto ovvio, ma non pongono sufficiente attenzione alla creazione delle basi per un'alternativa.

Dal libro "Capire Il Potere" - Noam Chomsky - 2002


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