lunedì 25 ottobre 2010

Noam Chomsky - L'Apharteid



I movimenti antiapartheid negli Stati Uniti godono di buona stampa; perciò, quando qualche sindaco o qualcun altro manifesta contro il Sudafrica, di solito ottiene una cronaca favorevole. La ragione principale risiede nel fatto che a questo punto le stesse grandi aziende occidentali sono sostanzialmente contrarie all'apartheid, perciò tale tendenza è destinata a riflettersi nella copertura dei media. Il Sudafrica ha attraversato un periodo di trasformazione economica interna, da una società basata sull'industria estrattiva a una basata sulla produzione industriale; tale trasformazione ha modificato la natura degli interessi internazionali in Sudafrica. Finché il Sudafrica era soprattutto una società che basava il suo benessere sull'estrazione di diamanti, oro, uranio e quant'altro, ciò che serviva era una grande quantità di schiavi, in sostanza: gente da mandare in fondo alle miniere a lavorare per un paio d'anni, che poi moriva ed era sostituita da altri. Perciò serviva una popolazione di lavoratori analfabeti e sottomessi, con famiglie che guadagnavano quel tanto che bastava a produrre altri schiavi e non molto di più; quindi li si mandava in fondo alle miniere o li si trasformava in mercenari nell'esercito, perché contribuissero a tenere gli altri sotto controllo. Questo era il Sudafrica tradizionale.
Oggi, però, il Sudafrica si trasforma in una società industriale e anche quelle esigenze subiscono un cambiamento: ora non servono soprattutto schiavi, ma una forza lavoro docile e parzialmente istruita. Qualcosa di simile accadde anche negli Stati Uniti durante la nostra rivoluzione industriale. L'istruzione pubblica di massa fu introdotta negli USA per la prima volta nel XIX secolo, come mezzo per formare la manodopera, allora essenzialmente rurale, per l'industria; in realtà la popolazione negli Stati Uniti era in grande maggioranza ostile all'istruzione pubblica, perché significava togliere i bambini dalle fattorie dove vivevano e lavoravano con le loro famiglie, obbligandoli a entrare in un ambiente nel quale venivano in sostanza preparati a diventare operai dell'industria. Fu un elemento della trasformazione complessiva della società americana nel XIX secolo, trasformazione che adesso è in corso per i neri del Sudafrica, cioè per l'85 percento circa della popolazione del paese. Perciò oggi le élite bianche sudafricane e, in generale, gli investitori internazionali hanno bisogno di una manodopera istruita per l'industria, non solo di schiavi per le miniere. Ciò significa che hanno bisogno di persone capaci di seguire le istruzioni, leggere i diagrammi, fare i capisquadra e i responsabili del personale e cose simili; la schiavitù, quindi, non è più il sistema adatto per il paese, e hanno bisogno di andare verso qualcosa più simile a quanto abbiamo qui negli Stati Uniti. È sostanzialmente per questo che l'Occidente è diventato antiapartheid, e perciò i media tendono a dare una copertura decente ai movimenti antisegregazionisti.
Negli Stati Uniti, di solito, le manifestazioni politiche sono trattate molto negativamente dalla stampa, a prescindere dalle loro motivazioni, perché dimostrano alla gente che è possibile fare qualcosa, che non è obbligatorio essere passivi e isolati: una lezione del genere non è prevista, tutti devono essere convinti della propria impotenza e dell'impossibilità di fare qualunque cosa. Perciò qui da noi la protesta pubblica di qualsiasi tipo non riceve di solito una copertura giornalistica, tranne forse nelle realtà locali, e quando la riceve gli articoli sono fortemente negativi; quando poi si protesta contro la politica di uno dei migliori alleati degli USA le reazioni sono sempre negative. Nel caso del Sudafrica, però, le cronache sono decisamente favorevoli: perciò se la gente va alle assemblee degli azionisti di qualche grossa azienda e inscena una protesta a favore del disinvestimento, il ritiro dei capitali dal Sudafrica per esercitare pressioni su quel governo, oggi riceve dalla stampa un trattamento generalmente benevolo.
Naturalmente non è che queste iniziative siano sbagliate: sono giuste. Si deve però capire che la ragione per la quale oggi la stampa è ragionevolmente benevola verso di esse è che, ormai, il mondo degli affari considera quei manifestanti come proprie truppe: i dirigenti delle grandi aziende non vogliono davvero più l'apartheid in Sudafrica. È come quando negli Stati Uniti il mondo degli affari decise di sostenere il movimento per i diritti civili: le grandi aziende americane non sapevano che farsene del segregazionismo negli stati del Sud, che ormai non era più funzionale all'industria.
Il capitalismo non è fondamentalmente razzista: può sfruttare il razzismo ai propri fini, ma non è intrinsecamente razzista. In sostanza il capitalismo vuole che le persone siano ingranaggi intercambiabili; le differenze tra gli esseri umani, come quelle di razza, non sono di solito funzionali. Possono essere funzionali in un certo periodo, come quando serve manodopera destinata a uno sfruttamento intensivo e cose del genere, ma sono situazioni anomale. A lungo termine, il capitalismo dovrebbe essere antirazzista, proprio perché è antiumano. La razza è infatti una caratteristica umana; non necessariamente una caratteristica negativa, ma è una caratteristica umana. Perciò l'identificazione basata sulla razza interferisce con l'idea fondamentale, che vuole la gente disponibile soltanto a consumare e a produrre, rotelle intercambiabili che acquistano tutta la spazzatura prodotta: è quella la loro funzione ultima, ogni altra caratteristica eventualmente posseduta è irrilevante e di solito fastidiosa.
Con ogni probabilità le iniziative antiapartheid saranno ragionevolmente sostenute dalle principali istituzioni degli Stati Uniti e a lungo termine l'apartheid crollerà in Sudafrica, anche se solo per ragioni di funzionalità. Non sarà affatto semplice, naturalmente, perché in Sudafrica i bianchi godono di privilegi estremi, mentre la situazione dei neri è mostruosa.

Dal libro "Capire Il Potere" - Noam Chomsky - 2002

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