martedì 2 marzo 2010

ERICH FROMM - LA MODALITA' DELL'AVERE




Le norme secondo cui la società funziona plasmano anche il carattere dei suoi membri («carattere sociale»). In una società industriale, le norme in questione sono: l'aspirazione ad acquisire proprietà, a conservarla e ad aumentarla, vale a dire a realizzare un profitto, e coloro che hanno proprietà sono oggetto di ammirazione e invidia, quasi si trattasse di esseri superiori. Tuttavia, la stragrande maggioranza della popolazione non gode di proprietà nel senso effettivo, cioè di capitali e impianti, Anche coloro i quali hanno scarse proprietà, tuttavia possiedono qualcosa che hanno caro non meno di quanto abbiano a cuore le loro proprietà i possessori di capitali. Inoltre, al pari dei titolari di grandi proprietà, i poveri sono ossessionati dall'idea di conservare ciò che hanno e di accrescerlo, sia pure in misura infinitesimale (a esempio, risparmiando qualche soldo). La soddisfazione massima non consiste nel possedere oggetti materiali, bensì esseri viventi.


Nella società patriarcale, anche il più miserabile membro delle classi più povere può avere proprietà, sotto forma dei rapporti che ha con sua moglie, i suoi figli, i suoi animali, nei confronti dei quali può sentirsi padrone assoluto. Almeno per l'uomo appartenente a una società patriarcale, avere molti figli è l'unico mezzo per possedere persone senza dover lavorare per accumulare proprietà e senza investimenti di capitali. Se si tiene conto del fatto che l'intero gravame della gestazione e del parto ricade sulla donna, ben difficilmente si potrà negare che la produzione di figli in una società patriarcale costituisca un esempio di aperto sfruttamento delle donne. Dal canto loro, tuttavia, le madri hanno forme particolari di proprietà, quella dei figli finché sono piccoli. E' un circolo vizioso senza fine: il marito sfrutta la moglie, questa sfrutta i figli piccoli, e i maschi adolescenti ben presto s'aggiungono agli uomini adulti nello sfruttamento delle donne, e così via.

L'egemonia maschile nell'ordine patriarcale dura da circa sei o settemila anni, ed è ancora il modulo prevalente nei paesi più poveri come tra le classi meno abbienti della società. E' però in lenta diminuzione nelle società opulente: l'emancipazione delle donne, dei bambini e degli adolescenti, sembra abbia luogo quando e nella misura in cui il livello di vita di una società aumenta. Con il lento crollo del tipo tradizionale, patriarcale, di proprietà di persone, come potrà il cittadino medio delle società industriali sviluppate soddisfare la propria passione per l'acquisizione, il mantenimento e l'incremento della proprietà? La risposta consiste nel dilatare la sfera del possesso, includendovi amici, amanti, salute, viaggi, oggetti d'arte, Dio, il proprio io. Le persone vengono trasformate in «cose». I loro vicendevoli rapporti acquistano carattere di proprietà. L'«individualismo», che in senso positivo significa liberazione dalle catene sociali, in senso negativo significa «possesso di sé», cioè il diritto e il dovere di investire le proprie energie nel successo personale.
Oggi, l'oggetto che si compra può essere un'automobile, un abito, un gadget; in ogni caso, dopo averlo usato per un po' ci si stanca di esso e non si vede l'ora di buttare via il «vecchio» per acquistare il modello più recente. Acquisizione - possesso e uso transitori - eliminazione (o, se possibile, scambio vantaggioso del proprio con un modello migliore) - nuova acquisizione, tale è il circolo vizioso dell'acquisto consumistico, e lo slogan del giorno d'oggi potrebbe suonare: «Il nuovo è bello!».

L'esempio forse più pregnante dell'attuale fenomeno dell'acquisto consumistico è costituito dall'automobile di proprietà privata. La nostra ben merita il nome di «era dell'automobile», perché l'intera nostra economia è stata costruita attorno al perno della produzione automobilistica, e tutta la nostra esistenza è ampiamente condizionata dall'andamento, positivo o negativo, del mercato delle automobili. Per coloro che ne possiedono una, questa acquista le caratteristiche di una necessità vitale; per coloro che ancora non l'hanno l'auto costituisce un simbolo di felicità. A quanto sembra, però, l'affetto che si nutre per la propria automobile non è profondo e costante, bensì un innamoramento di durata piuttosto breve, tant'è che i proprietari la cambiano di frequente; dopo un paio d'anni, a volte persino uno solo, il proprietario di automobile si stanca di quella «vecchia», e comincia a darsi d'attorno per combinare un «buon affare», procurandosi un nuovo veicolo.

Bisogna tener conto di parecchi fattori per venire a capo dell'enigma costituito dalla contraddizione, in apparenza flagrante, tra il rapporto dei proprietari con le loro automobili e l'interesse, di così breve durata, che per queste nutrono. Innanzitutto, nel rapporto del proprietario verso la sua automobile c'è un elemento di
personalizzazione: l'auto non costituisce un oggetto concreto cui il proprietario sia affezionato, bensì un simbolo di rango sociale, una dilatazione di potere, insomma, un sostegno dell'io; comprando un'auto, il suo proprietario in effetti ha acquisito un nuovo frammento del proprio io. Un secondo fattore è costituito dal fatto che, tra l'acquisto di un'auto nuova ogni due anni anziché, diciamo, ogni sei, aumenta il brivido dell'acquisizione: l'atto con cui si fa propria la nuova automobile è una sorta di deflorazione: incrementa il proprio sentimento di dominio e, più spesso ciò accade, più ci si sente euforici. Il terzo fattore consiste nel fatto che acquistare di frequente automobili equivale ad altrettante occasioni di «combinare un affare», cioè di realizzare un profitto mediante lo scambio, un tipo di soddisfazione che ha profonde radici negli uomini e nelle
donne d'oggi. Il quarto fattore ha ancora maggior importanza, e consiste nel bisogno di provare nuovi stimoli, dal momento che quelli vecchi ben presto risultano vuoti e sfruttati. Il quinto e più importante fattore va ricercato nel mutamento di carattere sociale intervenuto durante l'ultimo secolo, il passaggio cioè dal carattere «tesaurizzante» al carattere «mercantile». E' un cambiamento che, se non toglie di mezzo l'orientamento secondo la modalità dell'avere, in compenso lo modifica considerevolmente.


C'è però un altro elemento che può conferire, a questo quadro, un maggior equilibrio, ed è costituito da un atteggiamento sempre più diffuso tra le giovani generazioni, ben diverso da quello della maggioranza. Tra i giovani, sono reperibili moduli di consumo che, lungi dall'essere forme mascherate di acquisizione e possesso, esprimono la sincera gioia che deriva dal fare ciò che si desidera, senza aspettarsi, in cambio, nulla di «duraturo». I giovani in questione affrontano lunghi viaggi, sovente in condizioni disagevoli, per ascoltare la musica che amano, per vedere un luogo che desiderano, per incontrarsi con la gente che preferiscono. E qui sarebbe fuori luogo porsi il problema se le loro mete sono valide quanto essi credono; ma, anche se mancano di sufficiente serietà, preparazione o concentrazione, questi giovani hanno il coraggio di essere, e non sono interessati a ciò che possono ottenere in cambio o a ciò che possono detenere. Inoltre, sembrano assai più sinceri della vecchia generazione, anche se spesso ingenui sotto il profilo ideologico e politico; non sono continuamente intenti ad abbellire il proprio io per farne un «oggetto» desiderabile, da offrire sul mercato; non proteggono la propria immagine mentendo di continuo più o meno consciamente; non sprecano le proprie energie nel reprimere la verità, come fa invece la maggioranza. E sovente, accade che sorprendano i più anziani con la propria onestà, perché i loro padri in segreto ammirano chi sia in grado di scorgere e di dire la verità.

da "Avere O Essere" - 1976

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